L’inquietante psicologia ebraica secondo Gilad Atzmon

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L’INQUIETANTE PSICOLOGIA EBRAICA

Secondo Gilad Atzmon

Gilad Atzmon è un intellettuale israeliano figlio e nipote di membri dell’Irgun, poi Herut ed infine Likud  (il partito politico di estrema destra israeliano, che si rifà all’ideologia ultra-nazionalistica di Jabotinsky), nato in Israele nel 1962 ed espatriato in Inghilterra prima nel 1984 e poi definitivamente nel 1994. Attualmente vive a Londra ed è un noto scrittore sul sionismo ed un famoso sassofonista e compositore di musica jazz.

I suoi libri più famosi sono (A guide to the perplexed) Una guida per i perplessi e (My One et Only Love) Il mio unico e solo amore, in lingua inglese; mentre il suo terzo saggio del 2011 (The Wandering Who?, Londra, ed. Gilad Atzmon) è stato tradotto in italiano da Susanna Sinigaglia nel 2012 e pubblicato dalla Casa editrice Zambon (www.zambon.net), sine loco, col titolo “L’errante. Chi? Un’inquietante introspezione nella psicologia ebraica” .

Questo terzo saggio di Atzmon è stato recensito positivamente da molti cattedratici israeliti: Richard Falk, professore emerito di Diritto internazionale alla Princeton University;  John J. Mearsheimer, professore di Scienze politiche alla University of Chicago; James Petras, docente di Sociologia alla Binghampton University di New York; William A. Cook, docente di inglese alla University of La Verse, in California; Samir Abed Rabbo, professore di Diritto internazionale alla Scuola di Diritto e Diplomazia di Gerusalemme.

Atzmon da bambino era un  fervente ultra-sionista sino a che a 17 anni nel 1979 mentre si preparava al servizio militare nell’Israeli Defence Force (‘IDF’), l’Esercito Israeliano, ascoltando casualmente un programma di jazz s’innamorò di questa musica e del noto jazzista Charlie Parker, detto Bird. Solo dopo seppe che Parker era un africano. Per lui fu una specie di rivelazione: “Nel mio mondo – scrive – soltanto gli ebrei erano associati con tutto quanto era buono. Bird fu l’inizio di un viaggio. In quel periodo eravamo convinti che gli ebrei fossero il ‘popolo eletto’. Eravamo talmente sicuri di noi  […] e dell’onnipotenza delle nostre qualità. […]. Ma molto stranamente, nel bel mezzo di quell’orgia di onnipotenza, mi accorsi che le persone che accendevano di più il mio entusiasmo erano un pugno di americani neri, gente che non aveva nulla a che fare con il miracolo sionista” (p. 23).

Nel 1981 entrò nell’Esercito Israeliano, però fece di tutto per non fare il militare, ma il suonatore di sassofono nelle bande musicali  dell’Esercito.

“Nel giugno del 1982 – racconta – allo scoppio della prima guerra israelo/libanese mi trovavo nell’esercito da un anno; […] ogni singolo soldato capiva che quella era una guerra di aggressione da parte di Israele. […]. Nel 1984 […] partimmo per Ansar, un famigerato campo di internamento nel sud del Libano: questa esperienza avrebbe cambiato completamente la mia vita. […]. Mentre si procedeva verso la direzione del campo, ci si presentò la vista di  migliaia di internati all’aria aperta, bruciati dal sole. […]. ‘Chi è questa gente?’ chiesi all’ufficiale. ‘Palestinesi’, rispose. […]. Studiai i detenuti. Apparivano molto diversi dai pacifici palestinesi di Gerusalemme. Erano arrabbiati; non erano sconfitti, erano combattenti per la libertà ed erano numerosi” (pp. 26-27).

Fu allora che l’Autore capì che “Israele era una iattura” (p. 28) e non volle averci più nulla a che fare. Restituì la divisa due settimane dopo e partì nel 1984 per l’Europa. Tuttavia dovette ritornare in Israele e solo dopo 10 anni poté lasciarla definitivamente (p. 29).

“Capii la verità devastante che nel 1948 i palestinesi non avevano abbandonato le proprie case di propria spontanea volontà, come ci dicevano a scuola, ma avevano subìto una brutale pulizia etnica da parte di mio nonno e di gente come lui. Cominciai a rendermi conto che in Israele la pulizia etnica non era mai cessata […] e che il sistema legale israeliano non era imparziale, ma razzialmente orientato (per esempio, la ‘legge del ritorno’ permette di accogliere ebrei di ogni Paese dopo una presunta assenza di 2000 anni, ma vieta ai palestinesi di fare ritorno ai loro villaggi dopo un’assenza di due anni). […]. Per la maggior parte degli israeliani shalom non significa pace, ma significa sicurezza, e soltanto per gli ebrei ” (p. 29).

Atzmon, rifacendosi al libro del professor Shlomo Sand (tr. it., L’invenzione del popolo ebraico, Milano, Rizzoli, 2010), sostiene che il popolo ebraico non è una etnia pura ed unica, come pretende il sionismo, ma sarebbe un miscuglio di gruppi che hanno adottato la religione ebraica nel corso della storia. Per esempio, gli askenaziti o ebrei dell’Europa del nord-est sarebbero discendenti dei kazari e non sarebbero semiti a differenza dei sefarditi o ebrei spagnoli e dell’Europa occidentale e mediterranea. Ma colui che oggi afferma ciò e che “nessuna razza resta pura per migliaia di anni” (p. 192) viene “tacciato di antisemitismo” (p. 184), mentre, ironia della sorte, in Europa ci son stati periodi in cui veniva accusato di antisemitismo “chi sosteneva che tutti gli ebrei appartenessero ad un popolo di origine straniera” (p. 184).

Tuttavia egli interpreta non correttamente la Bibbia (p. 37), vale a dire legge la S. Scrittura in maniera puramente materiale senza cercarne il significato spirituale (“la lettera uccide, lo spirito o significato vivifica”, San Paolo) come facevano gli scribi e i farisei e come fanno tuttora i rabbini, però mentre costoro l’approvavano anche negli aspetti non elogiati, ma solo narrati dal Libro sacro, egli rigetta la Torà per il suo spirito di preservazione del monoteismo dal politeismo idolatrico delle popolazioni limitrofe,  da lui inteso materialmente come licenza di genocidio degli innocenti.

Atzom affronta inizialmente (pp. 45-47) e poi vi ritorna in maniera più approfondita, in maniera molto acuta, il problema dei rapporti tra ebraismo sionista e neoconservatorismo americano. Egli dimostra come il “progetto del nuovo secolo americano” all’interno dell’amministrazione del Presidente George Bush jr. sia stato influenzato dalle potenti lobby ebraico/americane Aipac, Adl of B’nai B’rith, eccetera.

Atzmon spiega anche come sia stato notevole l’influsso sul Presidente statunitense Ronald Reagan, poi su Bill Clinton ed infine su Bush padre e figlio e sul Primo Ministro britannico Margaret Thatcher, Tony Blair e David Cameron dei filosofi Edmund Burke, Karl Raimund Popper, Russel Kirk e degli economisti della “Scuola di Vienna”: Von Mises, Von Hayeck e  Milton Friedman, dai quali sono nati i Chicago boy’s e i dirigenti dell’Amministrazione Bush (Paul Wolfowitz, Richard Perle, David Roomsfeld, Dick Cheney, eccetera), che analogamente alla “Scuola di Francoforte” (1922-1979) di Adorno e Marcuse son riusciti ad unire (da una posizione di “destra” liberal-conservatrice) il marxismo di Trotzkij e il liberismo miniarchista se non francamente anarchico, mentre Adorno e Marcuse avevano sposato (da una posizione di “sinistra” anarco-rivoluzionaria) il Trozkismo con la psicanalisi freudiana. Tuttavia il neoconservatorismo ha spinto gli Usa (a favore di Israele) in una guerra totale contro l’Iraq, l’Afghanistan, il Pakistan dalla quale ne è uscita con le ossa rotte, come pure Israele ha subìto una umiliante “vittoria di Pirro” in Libano nel 2006 in cui Israele ha sganciato “oltre 1 milione di bombe a grappolo” (p. 180) e a Gaza nel 2008-2009 ha gettato “bombe al fosforo bianco” (ivi) nella famigerata “operazione piombo fuso”. Secondo Atzmon questi ultimi avvenimenti (assieme alle “Rivoluzioni primaverili” in Tunisia, Libia, Egitto e Turchia) segnano l’inizio della fine della supremazia israelo/americana (p. 49).

La crisi economico/finanziaria, che ha portato nel 2011/2013 gli Usa e l’Europa sull’orlo del fallimento è iniziata nel 2005/2008, come dimostra Atzmon (pp. 44-45) con “la più grande frode finanziaria della storia mondiale” operata dall’operatore di Borsa Bernard Lawrence Madoff e portata avanti dal Presidente della ‘Federal Reserve’ degli Usa Alan Greenspan, che ha iniziato con un grandioso boom economico, facendo “arricchire” gli americani incitandoli a ‘spendere e spandere’, pur non avendo denaro sufficiente, senza paura, comprando e vendendo case, mediante mutui senza garanzie e coperture, che – si badi bene – non avrebbero essere potuti pagati ed avrebbero condotto infine alla miseria l’incauto compratore che si era accollato mutui ipotecari ad alto rischio (subprime), scientificamente studiati ed immessi – a mo’ di liberismo selvaggio – sul mercato da Greenspan, le cui prodezze stiamo ancora pagando e non si sa se riusciremo ad estinguere il prestito ipotecario o a finire ipotecati ed espropriati (pp. 52-53). Il crack della “Monte Paschi di Siena” in Italia nel 2013 è una delle conseguenze collaterali dell’imbroglio iniziato nel 2005 da Greenspan. L’economia mondiale è sembrata avanzare sino al 2008, mentre era già malata da almeno tre anni ed è entrata in crisi nel 2009 per arrivare al quasi fallimento nel 2012.

Atzmon continua: “Ma poi la cruda realtà si rivelò ai lavoratori americani, i quali non erano in grado [come previsto] di rendere il denaro che in realtà non avevano mai posseduto. A causa dell’aumento del petrolio e dei tassi d’interesse, milioni di americani nullatenenti non riuscirono più a pagare i mutui [come era prevedibile, essendo ‘nullatenenti’]. Quindi in brevissimo tempo milioni di case rientrarono in possesso delle banche [dalle quali erano uscite solo apparentemente]. Di conseguenza i poveri degli Usa si ritrovarono più poveri di prima” (pp. 53-54). Atzmon conclude: come Wolfowitz ha rovinato l’esercito americano trascinandolo in guerra contro l’Iraq nel 2003, così Greenspan ha disastrato la finanza degli americani trascinandoli nella bancarotta dei mutui ad alto rischio (p. 54).

Il problema dell’antisemitismo è risolto dall’Autore in maniera originale e penetrante: “Mentre in passato, antisemita era chi odiava gli ebrei oggi, all’opposto, antisemita è colui che è odiato dagli ebrei” (p. 87). Norman Finkelstein, Shlomo Sand, Israel Shamir e Atzmon sarebbero gli antisemiti di oggi, perché odiati dai sionisti.

Al capitolo 8 del suo libro Atzmon affronta la questione del giudeo/americanismo. Egli scorge chiaramente una continuità tra «la visione israeliana degli interessi mediorientali e gli architetti del progetto del Nuovo Secolo americano [i neocon], tra il crimine commesso contro il popolo palestinese a Gaza in nome della guerra al terrore e quello contro il popolo irakeno commesso in nome della ‘democrazia’. […]. I neocon trasformano l’esercito americano in una forza di missione militare israeliana. […]. Inoltre si prospetta un “Nuovo Ordine Mondiale” con l’Impero di lingua inglese quale forza di polizia in difesa degli interessi ebraici» (pp. 103-104).

L’Autore scorge i motivi delle sconfitte reali (anche se presentate dai media come “vittorie” apparenti) e delle non-vittorie di Israele in Libano nel 2006 e a Gaza nel 2008-2009 nel fatto di “aver perso l’istinto di sopravvivenza ebraico [del 1948] e di aver adottato un’interpretazione edonistica dell’individualismo illuminista dell’occidente. […]. I nuovi israeliani non hanno nessun motivo per sacrificarsi sull’altare della collettività ebraica; sono assai più interessati ad esplorare gli aspetti pragmatici della bella vita’. E forse anche per questo, i militari israeliani non sono riusciti a sopraffare Hamas [a Gaza nel 2008-2009] con l’operazione ‘Piombo fuso’. […]. I generali israeliani avrebbero dovuto attuare pericolose operazioni tattiche sul terreno. Probabilmente si rendevano conto che bombardando Gaza a tappeto […] non avrebbero ottenuto i risultati sperati, eppure non c’era nient’altro da fare. Le società edonistiche non producono guerrieri spartani e senza veri guerrieri a disposizione è meglio combattere a distanza” (p. 140). Questa è la stessa ragione della sconfitta cocente dello Tzahal  da parte di Hezbollah e del generale Michel Aoun in Libano nel 2006. Sconfitta in Libano, non-vittoria a Gaza disponendo Israele di una forza bellica ìmpari, a causa della debolezza fisica e demotivazione morale dei soldati israeliani, che pur maneggiano una forza bellica preponderante, mentre i palestinesi ed i libanesi sono veri guerrieri, che hanno seri motivi per battersi, pur non possedendo un armamentario simile a quello ebraico. Il soldato israeliano di oggi è come l’americano del 1943-45: “evita le battaglie sul terreno e uccide da lontano” (p. 143). Il benessere lo ha rammollito, come gli ozi di Capua avevano indebolito gli antichi Cartaginesi di Annibale Barca.

 “I palestinesi, i siriani, gli Hezbollah, gli iraniani ne sono ben consapevoli. […]. Sanno che i giorni d’Israele sono contati. […]. L’élite militare statunitense sta esaminando la situazione ed ha cominciato a capire che Israele non è più una risorsa strategica per gli Usa” (p. 141). Stiamo assistendo all’agonia (bellica, finanziaria, morale, intellettuale, politica e spirituale) del mondo moderno e postmoderno, caratterizzati, il primo, da una fiducia illimitata nelle capacità dell’uomo (Cogito cartesiano, Io assoluto hegeliano), e, il secondo, dalla volontà di auto-distruzione, di auto-consunzione e di fallimento (nichilismo nicciano, edonismo freudiano, liberismo neocon) dell’essere umano in quanto partecipazione dell’Essere per essenza, che è Dio (“Dio è morto!”, Nietzsche; “dio è  il piacere!, Freud; “dio” è il denaro da spendere e il potere da acquistare!, Friedman & i Chicago boy’s).

Il mito della missione divina di Israele ancor oggi, lo ha portato al seguente precetto: “ama te stesso almeno quanto odi il goy prossimo tuo” (p. 143) e da questo comandamento alla guerra  totale (denominata in codice dall’Amministrazione Bush jr. “terrore infinito”) contro il resto del mondo, che dopo la seconda guerra mondiale non è ancora suddito della ‘Nuova-Sion’.

Il “rozzo sciovinismo etnocentrico – prosegue Atzmon – basato sulla consanguineità, incoraggia chi è abbastanza fortunato da avere una madre ebrea ad amare ciecamente se stesso. […]. Anche se gli ebrei sono divisi tra di loro su molte questioni, si ritrovano bene o male uniti contro coloro che considerano collettivamente nemici [in quanto goyjm]” (p. 144). È l’atteggiamento di ogni setta, convinta di essere perfetta e assolutamente eletta da Dio: i suoi adepti arrivano anche ad odiarsi tra loro (come i diavoli dell’Inferno), ma si uniscono per combattere chi non ha lo spirito della loro setta e del loro caporione.  Il sionismo è “la setta della vendetta”, che non conosce pietà e misericordia, ma solo odio e rancore (si pensi al caso Erich Priebke).

Gilad Atzmon riserva un capitolo intero (il 14°) allo studio di Milton Friedman, che “fra gli anni ’60 e ’80 era considerato il più importante economista del dopoguerra. È stato consigliere per l’economia di Ronald Reagan, Margaret Thatcher e Menachem Begin [Primo Ministro di Israele con il partito di estrema destra Likud discendente da Jabotinsky]. Tuttavia è stata proprio l’ideologia di Friedman – con il suo sostegno alla libera impresa assieme all’azzeramento dell’intervento dello Stato, la deregulation e la privatizzazione – a portare all’attuale tempesta finanziaria. La filosofia di Friedman, inoltre, ha determinato la trasformazione dell’occidente in un’economia di servizi. Ma Friedman non era solo un economista, era un devoto sionista e un ebreo molto fiero di esserlo. […]. Nel 1972 Friedman parlò alla ‘Mont Pelerin Society’ su “Capitalismo ed ebrei […]. I quali sono i pochi ad aver ricevuto tanti benefici dalla libera impresa e dal capitalismo competitivo [o selvaggio, “vinca il più forte!”], ma nello stesso tempo sono pochi i popoli che come gli ebrei hanno fatto tanti sforzi per demolire il capitalismo [vedi il ruolo dell’ebraismo nel bolscevismo]. L’ideologia di Friedman spiega anche perché tanti ebrei, che avevano le loro radici nella sinistra trozkista, hanno finito col farsi paladini della guerra totale del neoconservatorismo. […]. Friedman probabilmente non si rendeva conto che l’adozione della sua filosofia da parte di Ronald Reagan e Margaret Thatcher avrebbe portato alla fine l’occidente in ginocchio” (pp. 155-163, passim).

Molto coraggiosamente Atzmon affronta anche il problema dell’olocausto. Egli cita il filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz secondo cui “la religione ebraica è morta. Adesso nulla unifica gli ebrei del mondo, a parte l’olocausto” (intervista rilasciata a Uri Avnery, 19 marzo 2005). L’olocausto, secondo il professor Adi Ophir, è un surrogato di religione: esso ha i suoi Sacerdoti (Wiesenthal, Wiesel, Foxman), che sacrificano sull’altare della shoah i presunti criminali di guerra ed i revisionisti; i Profeti (Peres, Netanyahu), che mettono in guardia sull’olocausto venturo da parte dell’Iran; i Comandamenti (“mai più olocausto”, “mai più revisionisti”); i Rituali (i pellegrinaggi a Auschwitz, i giorni della memoria); i Simboli (le camere a gas, i forni crematori); il Tempio (lo Yad Vashem), che “si trova vicino a Deir Yassin, un villaggio palestinese ripulito dei suoi legittimi abitanti nel 1948” (p. 241) da Israele per commemorarvi le vittime dei tedeschi.

Atzmon commenta: “mi ci son voluti molti anni per capire che l’olocausto non era una narrazione storica, perché le narrazioni storiche non hanno bisogno della protezione delle leggi, esso è giudeo-centrico: definisce la ragion d’essere dell’ebraismo. Per i sionisti significa la fine della Diaspora, l’identificazione del goy con l’omicida potenziale, la vendetta in nome della sofferenza inflitta agli ebrei, la licenza di uccidere, radere al suolo, usare le armi nucleari” (pp. 199-200). Poi aggiunge: “solo dopo molti anni ho capito che la mia bisnonna non era stata ridotta a saponetta o a paralume, come mi avevano detto in Israele, ma che probabilmente era morta di sfinimento, tifo, o forse in qualche fucilazione di massa. È una sorte terribile, ma non tanto diversa da quella di molti milioni di ucraini. […]. Penso che 65 anni dopo la liberazione di Auschwitz, abbiamo il diritto di cominciare a porci delle domande. Dovremmo chiedere prove e argomentazioni storiche piuttosto che seguire una narrazione religiosa dell’olocausto e sostenuta da pressioni politiche e legali” (pp. 229-230). E nessuno può impedircelo, neppure i vari kapò giudeo/cristiani del Vaticano II.

La shoah come giudeo-centrismo incarna la filosofia moderna, immanentista, idealista, liberaldemocratica e panteista del culto dell’uomo (ebreo), l’amore di Sé al posto di Jahwèh (p. 200); essa in ciò collima con la religione del Vaticano II (v. Gaudium et spes, 12 e 24) che fa coincidere l’uomo con Dio, il teocentrismo con l’antropocentrismo (v. Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 1979), alla luce di Nostra aetate (1965); dell’Antica Alleanza mai revocata (Giovanni Paolo II, Magonza 1981) e degli Ebrei fratelli maggiori dei cristiani nella Fede di Abramo (Giovanni Paolo II, Roma, 1986).

La shoah porta alla negazione di un Dio personale e trascendente, che non è riuscito a salvare gli ebrei da Auschwitz, e quindi l’ebreo si redime da sé (p. 201). Il nuovo Logos o Verbo incarnato è l’olocausto ebraico (p. 202).

Purtroppo, come osserva Atzmon (p. 203), “siamo tutti, in una certa qual misura, sottoposti  a questa neoreligione olocaustica; alcuni ne sono gli osservanti attivi e i Sacerdoti (gli israeliti); altri ne subiscono passivamente il potere e ne sono i fedeli-laici (i goyjm) o i Giuda (che tradiscono i fratelli e confratelli per amore della shoah). Mentre gli uomini che cercano di rivisitare, rileggere ed approfondire la storia reale della shoah, subiscono “gli abusi dei Sommi Sacerdoti di questa religione” (p. 203); vedi il “caso Williamson”.

Dulcis in fundo Atzmon enumera gli elementi della forza ebraica: 1°) donazioni, 2°) lobby, 3°) mass media. Queste tre entità arrivano a dare ad Israele una forza inimmaginabile. Infatti “24 membri del Parlamento inglese sono ebrei, 12 del Partito conservatore, 10 del Partito laburista e 2 liberaldemocratici. Ora gli ebrei in GB sono 280 mila, cioè lo 0, 46% della popolazione totale. Alla Camera dei Comuni i seggi sono 650 e perciò, in proporzione, la comunità ebraica dovrebbe avere solo 3 seggi. Con 24 seggi gli ebrei superano di 8 volte il previsto” (p. 223).

Oramai il complotto ebraico da dietro le quinte non ha ragion d’essere, “tutto avviene alla luce del sole” (p. 223). Un altro punto importante per capire l’influenza israeliana sui goyjm è che “la democrazia attuale ci fornisce come capi personaggi totalmente inadeguati. […]. Oggi la democrazia è un sistema politico specializzato a collocare personaggi dubbi, inadeguati, poco qualificati in posizioni di leadership” (pp. 224-225).

Lo stesso Haim Saban, l’israelo/americano multimiliardario dei media, in un’intervista al New Yorker il 10 maggio 2010 intitolata The Influencer, dà una risposta molto convincente al problema dello strapotere ebraico rispetto al resto del mondo: “i tre modi per essere influenti  sono: le donazioni ai partiti politici; l’istituzione di banche o serbatoi di cervelli (think-tank) e il controllo dei mass media”.

Concludo con la frase di Israel Shahak, posta da Atzmon all’inizio del suo bel libro: “i nazisti mi hanno fatto provare paura di essere ebreo, e gli israeliani mi hanno fatto provare la vergogna di essere ebreo” (p. 3).

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d. Curzio Nitoglia

10 agosto 2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/08/13/linquietante-psicologia-ebraica-secondo-gilad-atzmon/

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