Comunione quotidiana e non via al “sacrilegio quotidiano”

ostensorio

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Comunione quotidiana
e non via al “sacrilegio quotidiano”

Come il modernismo si oppone diametralmente alla enciclica Pascendi (8 settembre 1907) di San Pio X, così la Comunione quotidiana quale oggi è per lo più praticata e fatta praticare si oppone e stravolge il significato del decreto Sacra Tridentina Synodus del 20 dicembre 1905 di papa Sarto.

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Un triste fenomeno

Già nel 1971 padre Tito Sante Centi (†2011) nel Commento a La Somma Teologica (III, qq. 73-83, L’Eucarestia) di San Tommaso d’Aquino, a cura dei Domenicani italiani, (vol. XXVIII, Firenze, Salani, 1971, pp. 24-31) scriveva: «molti sono gli argomenti particolari che si possono oggi considerare di attualità a proposito dell’Eucarestia, dati gli sviluppi della pratica sacramentaria in seguito al Concilio Vaticano II. Ma ci sembra che nessuno meriti maggiore attenzione della frequenza con la quale oggi essa si riceve. Non che sia deprecabile di per sé un fenomeno di massa nella pratica sacramentaria quotidiana: quello che c’è di deprecabile e d’inquietante deriva dal modo in cui codesto fenomeno si produce. […] A prescindere da certi eccessi [Comunione sacrilega in stato di peccato grave, ndr], sarà pur sempre doveroso riesaminare un problema che oggi lascia perplessi di fronte al decadimento morale di tanti cristiani praticanti. Tante comunioni perché non costituiscono un freno all’ immoralità dilagante? Questa situazione non è una squalifica per il Decreto Sacra Tridentina Synodus, emanato il 20 dicembre 1905, sotto il pontificato di S. Pio X? No! Non vogliamo scandalizzare nessuno tornando su un argomento ormai ben definito dalla Suprema Autorità. Noi accettiamo in pieno le disposizioni da questa emanate [1905, ndr]; ma, essendo costretti a toccar con mano una triste condizione di cose [1971, ndr], vogliamo ricercarne la causa. Così vedremo che la responsabilità di certi abusi  non ricade affatto sul Decreto di S. Pio X, ma su coloro che non lo applicano integralmente. Ci pare si sia peccato di faciloneria. Infatti è troppo sbrigativo il giudizio di quei molti, i quali pensano che dopo la pubblicazione del Decreto ricordato si possa consigliare la Comunione quotidiana in massa e a chiunque, purché sia escluso lo stato di peccato mortale. […]. Il Decreto Sacra Tridentina Synodus non vuol portare delle novità nella Chiesa […]. Si fissano due criteri chiari e inequivocabili: lo stato di grazia e la retta intenzione. Non risulta invece che il Papa intendesse dispensare da ogni cautela. Dobbiamo purtroppo lamentare che alcuni non abbiano penetrato affatto lo spirito del Documento pontificio. […]. Perciò sarà bene far notare che la partecipazione quotidiana dei primi cristiani alla ‘fractio panis’ era intimamente connessa con una vita di intensa pietà e di grande fervore. Non risulta che San Pio X abbia voluto dispensare da una tale coerenza coloro che intendono accostarsi ogni giorno alla santa Comunione. […]. Il Decreto non intende escludere la necessaria cooperazione con la grazia; poiché, anche senza giungere al sacrilegio, noi abbiamo sempre la triste possibilità di ridurre quasi a nulla l’efficacia della stessa Comunione quotidiana. E il Decreto di San Pio X ce lo lascia intendere chiaramente quando raccomanda la necessaria preparazione e il non meno indispensabile ringraziamento (n. IV). […]. La cautela più importante, consigliata anche per esercizio di umiltà, è senza dubbio la raccomandazione di sottoporre il proprio desiderio di praticare la Comunione quotidiana al giudizio del confessore. Ed ecco in proposito le parole del Decreto: “Perché la Comunione frequente e quotidiana si faccia con maggior prudenza e con maggior merito, occorre il consiglio del confessore (n. V)”. […].
Non sono, quindi, giustificate affatto dal Decreto di San Pio X le Comunioni quotidiane di massa senza che il confessore sia individualmente interpellato. Santa Caterina da Siena se la prende fortemente con “alcuni religiosi che si son presi la consuetudine di andare alla mensa del Signore senza buona disposizione, come si va alla mensa del corpo” (Dial., cap. 25). Naturalmente il santo Pontefice Pio X non intendeva di passar sopra a queste lamentele dei Santi, […]; e così non dovrebbero passarci sopra i confessori e i predicatori nel consigliare  la pratica della Comunione quotidiana. […]. A norma del Decreto di san Pio X occorre accostarsi alla Comunione con le dovute disposizioni e così si finirà col liberarsi gradualmente dalle proprie miserie. Posto il sincero proponimento dell’animo (quello di essere staccati dal peccato veniale di proposito deliberato), “chi si comunica ogni dì, si libererà poco a poco anche dai peccati veniali e dal loro affetto” (n. III). Ora quando siamo costretti a constatare, dopo una serie di Comunioni quotidiane, che i peccati veniali non tendono affatto a scomparire, e che l’anima si è adagiata volontariamente nella sua mediocrità senza impegnarsi nella via della perfezione, bisognerà logicamente concludere che non esistono più per lei le disposizioni richieste per la Comunione frequente […]. Infatti il cristiano che conserva affetto alla colpa veniale di proposito deliberato si prepara a cadere mortalmente (S. Th., I-II, q. 88, a. 3). […]. Ma per l’attaccamento al peccato veniale il fervore non ha luogo e le cattive tendenze rimangono in tutto il loro vigore (S. Th., III, q. 79, a. 6, ad 3). C’è allora da meravigliarsi che un’anima così dissipata cada miseramente in peccato grave, nonostante la Comunione quotidiana? […]. Attenzione alla partecipazione quotidiana all’Eucarestia, divenuta nient’altro che un’ abitudine. Questo esame di coscienza noi lo crediamo doveroso, non solo per trovarci in regola con la dottrina di San Tommaso, ma con lo stesso Decreto del 1905, il quale pone l’abitudine tra i vizi fondamentali della retta intenzione, che è indispensabile per la Comunione frequente fruttuosa».

Questo deplorava nel 1971 il padre Centi. Che cosa scriverebbe oggi che ci si può comunicare de jure anche due volte al dì, in piedi, ricevendo l’Ostia consacrata sulle mani, da ministri straordinari (sia Diaconi uxorati, sia laici uomini o donne), senza velo, dopo una sola ora di digiuno eucaristico? oggi che la Comunione si riceve, de facto, gravemente malvestiti, senza confessarsi, senza digiuno eucaristico neppure di un’ora soltanto, senza alcuna preparazione o ringraziamento personale data la natura eminentemente o esclusivamente comunitaria del Novus Ordo Missae? Questa è la strada che porta al “sacrilegio quotidiano” e non alla santificazione progressiva, giorno dopo giorno.

Il Decreto di San Pio X e la dottrina costante della Chiesa

Nel Decreto Sacra Tridentina Synodus del 20 dicembre 1905 (DS 3375-3383) la Sacra Congregazione del Concilio su ordine di San Pio X insegna che è cosa utile comunicare quotidianamente, non per consuetudine o abitudine, per orgoglio, vanità o golosità spirituale, ma per soddisfare al desiderio di Gesù, per essere sempre più uniti a Lui e per guarire dai nostri difetti.

Il Giansenismo e l’ illanguidimento del fervore dei cristiani hanno reso difficile tale pratica. Altri, i Modernisti, non meno erroneamente dei Giansenisti, hanno sostenuto (e sostengono anche oggi) che la Comunione quotidiana è obbligatoria. La Chiesa ha insegnato costantemente che tutti possono (e non che debbono) essere ammessi alla Comunione quotidiana secondo l’intensità del loro fervore e il consiglio del confessore affinché essa sia fruttuosa. Le condizioni per accostarsi con frequenza alla Comunione sono: l’obbligo  dello stato di grazia sotto pena di sacrilegio e il consiglio di essere distaccati dal peccato veniale. Perciò la Comunione deve essere preceduta da una preparazione diligente e seguìta da un ringraziamento conveniente. È necessario il parere del confessore, il quale, tuttavia, non  può impedire la Comunione frequente a chi è in stato di grazia ed è animato da retta intenzione, ossia dall’ intensità del fervore spirituale.
Come si vede, siamo agli antipodi dei due errori opposti: 1°) l’errore per difetto, il lassismo neomodernista, che consiglia la Comunione quotidiana a tutti, anche se non hanno la retta intenzione o l’intensità crescente della vita spirituale; 2°) l’errore per eccesso, il rigorismo giansenista, che richiede l’Amor puro o disinteressato senza la Speranza del Paradiso ritenuta erroneamente cattiva in sé; errore che è stato condannato da papa Alessandro VIII il 24 agosto 1690 con il Decreto del s. Ufficio sugli Errori dei Giansenisti (DS 2323). Inoltre per i Giansenisti i Sacramenti esigono in chi li riceve una perfezione estrema, assoluta ed in atto, e non il tendere ad una perfezione relativa allo stato della natura umana, come insegna la Chiesa. Il Giansenismo si richiama soprattutto alla violenza della grazia, che invincibilmente forza la “libertà” apparente, ma non più reale, dell’uomo, il cui libero arbitrio è stato distrutto e non solo ferito dal peccato originale ed al quale non resta in sé che la possibilità di peccare se non interviene la grazia efficace  ed irresistibile de jure e de facto, la quale prende il posto della volontà oramai non più libera dell’uomo; da qui il rigorismo nell’ammettere i fedeli anche in stato di grazia e provvisti di buone disposizioni ai Sacramenti. Invece per comunicare occorre necessariamente, secondo la dottrina cattolica, lo stato di grazia onde non commettere un peccato mortale di sacrilegio, ma per comunicare frequentemente e fruttuosamente è bene avere il fervore (cioè essere distaccati dal peccato veniale e dalle imperfezioni di proposito deliberato) ed il placet del confessore.
L’insigne teologo gesuita, cardinal Juan de Lugo (†1660), scrive che occorre insegnare ai fedeli la pratica della Comunione spirituale, la quale è utilissima e “può accadere che l’anima ricavi, per la intensità dei suoi desideri, maggior grazia dalla Comunione spirituale fervente che dalla stessa Comunione sacramentale non fervorosa” (Disputationes scholasticae de Sacramentis in genere, de venerabili Eucharistiae Sacramento et de sacratissimo Missae sacrificio, Lione, 1636).

Nella Comunione riceviamo Gesù, il quale ci assimila sempre più a Sé a seconda delle nostre disposizioni ognor più intense; altrimenti restiamo quel che eravamo. Il fine della Comunione frequente è l’ avanzamento nell’unione con Dio e senza maggior fervore ed intensità di vita spirituale non può sussistere avanzamento. Quindi è conveniente che la Comunione frequente sia sottomessa al giudizio del confessore, il quale conosce le nostre disposizioni e sa se esse ci rendano capaci di ricevere fruttuosamente Gesù, oppure infruttuosamente, anche se non sacrilegamente, qualora manchi la maggiore intensità spirituale, la quale mancanza oppone resistenza ossia pone un ostacolo alla maggiore assimilazione e somiglianza con Gesù. “Vivere sempre più la vita divina […], pentirci ed umiliarci per i nostri peccati veniali, difetti, imperfezioni” sono condizioni necessarie per fare una fruttuosa Comunione frequente (padre C. T. Dragone, Spiegazione del Catechismo di San Pio X, Alba, Paoline, IV ed., 1963, p. 528 e 532). Per farci capire quanto sia necessario essere ben disposti con intensità spirituale sempre crescente padre Dragone fa questo esempio: “un gentiluomo aveva una casa che per lungo tempo era stata adibita a stalla per animali. La casa era bellissima. Il re volle andare a vederla. Il gentiluomo si limitò a farla scopare dalle immondizie [peccato mortale], ma lasciò le pareti maleodoranti [peccati veniali e imperfezioni volontarie]. Il re non gradì tale dimora. Tale è la condotta di chi non si prepara con fervore a far bene la Comunione” (cit., p. 529).

Il ‘Codice di Diritto Canonico’ del 1917 (canone 1262 § 2) rifacendosi alla divina Rivelazione (1 Cor., XI, 5) insegna che “nei Luoghi sacri, nell’assistere alla sacre Funzioni o nell’accostarsi ai Sacramenti, è richiesto il velo ed un vestito non solo non provocante come in ogni altra circostanza anche fuori della chiesa, ma positivamente un vestito modesto in rapporto con la riverenza dovuta a questi luoghi e funzioni” (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di teologia Morale, Roma, Studium, ed. IV, 1968, II vol., p. 1760, voce “Vestito”).

Comunicare senza velo non è cosa di poca importanza. Infatti è contrario alla Tradizione divina o divino-apostolica cui allude San Paolo: “Mantenete le Tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio che sappiate che Cristo è il Capo di ogni uomo, invece capo della donna è l’uomo, e Capo di Cristo è Dio. Ogni donna che prega […] a capo scoperto disonora il proprio capo, come se fosse rasata. Infatti, se una donna non vuol mettersi il velo, si faccia rasare! Ma, se è vergognoso per una donna farsi tagliare tutti i capelli, si metta il velo!” (1 Cor., XI, 2-6).

Le Tradizioni di cui scrive l’Apostolo sono «un complesso di Verità dogmatiche e morali, o di Prescrizioni liturgiche, o di costumi, affidato come un Deposito e perciò da trasmettersi fedelmente, senza aggiungervi o togliervi alcunché, appunto perché esso deriva dal Signore stesso (1 Cor., XI, 23) o dagli Apostoli (1 Cor., XV, 3). Ora, ciò che capita  a Corinto riguardo al comportamento delle donne nelle assemblee religiose non è per nulla conforme a quanto San Paolo ha “trasmesso”. Difatti quando le donne pregano dovrebbero portare il velo sulla testa per affermare la loro dipendenza dall’uomo (v. 3). […]. Più che per una ragione di modestia […], l’Apostolo vuole che si mantenga quest’uso per affermare l’ordine gerarchico stabilito da Dio stesso nella creazione (vv. 3, 8-9). […]. San Paolo ricorda che la gerarchia nella Chiesa è voluta da Dio stesso. Da Lui infatti dipende Cristo in quanto Verbo incarnato; da Cristo l’uomo; dall’uomo la donna. […]. Si noti come nei versi 4 e 5 la parola “capo” è presa nel duplice senso, materiale di “testa” e morale di “superiore”. […]. Per la donna, infatti, essendo la natura stessa a darle un velo nella folta capigliatura (vv. 14-15), il fatto di non voler portare il velo a scopo religioso verrebbe a significare che intende rinunciare anche a quello naturale, la capigliatura; ed allora, prosegue ironicamente l’Apostolo, tanto vale che si faccia “rasare” la testa» (Settimio Cipriani, Le Lettere di San Paolo. Commento, Assisi, Cittadella, V ed., 1965, pp. 186-187, nota n. 11).

San Tommaso d’Aquino

“Il decreto Sacra Tridentina Synodus – scrive padre Centi – non vuol portare delle novità nella Chiesa”, ma solo ribadire la dottrina costante. Ed è facile riscontrarlo.
Il Dottore Comune della Chiesa insegna – soprattutto ma non solo  nella Somma Teologica (III, qq. 73-83, De Eucharestia) – che la Comunione quotidiana “è il pane quotidiano. Ricevilo ogni giorno, affinché ogni giorno ti giovi. Vivi così da meritare di riceverlo ogni giorno” (come scrive S. Agostino, De Verbis Domini, Sermo 84). Poi l’Angelico commenta: “da parte del Sacramento occorre considerare che Esso è virtù salutare per gli uomini e sotto questo aspetto è utile riceverlo quotidianamente. […]. Invece da parte dell’uomo che lo riceve bisogna considerare che egli  è obbligato a riceverlo con grande devozione e riverenza. […]. Tuttavia, poiché spesso in un gran numero di persone molti ostacoli impediscono la necessaria devozione […], non sarebbe utile a tutti accostarsi ogni giorno a questo Sacramento, ma è utile che ciascuno vi si accosti  tutte le volte che si sente preparato a riceverlo ” (S. Th., III, q. 80, a. 10).

Nella risposta alla 3a obiezione S. Tommaso spiega cos’è la dovuta preparazione per ricevere fruttuosamente l’Eucarestia: “la riverenza verso l’Eucarestia è un timore temperato dall’amore, che si chiama timor filiale o perfetto” (v. S. Th., II-II, q. 67, a. 4, ad 2): l’amore verso Dio porta al desiderio fervente di ricevere la  Comunione e il timore ci mantiene nell’umiltà del rispetto verso di essa. Tuttavia l’amore e la fiducia sono da preferirsi al puro timore” (ad 3um). Inoltre nell’ad 4um l’ Angelico specifica: “nella Chiesa primitiva o apostolica, quando vi era un gran fervore di Fede, i fedeli comunicavano quotidianamente […], in seguito invece, essendo diminuito il fervore, papa San Fabiano (†250) concesse che tutti comunicassero, se non più di frequente, almeno tre volte l’anno: a Pasqua, a Pentecoste e a Natale. Successivamente, per il raffreddamento della Carità in molti, papa Innocenzo III (†1216) stabilì come precetto che i fedeli si comunicassero almeno una volta l’anno, cioè a Pasqua. Tuttavia nel libro ‘De ecclesiasticis Dogmatibus’ consiglia di comunicarsi tutte le domeniche [a coloro che sono ben preparati]”. L’Aquinate specifica e precisa: “nel momento di ricevere la Comunione si richiede la massima devozione perché allora si ottiene l’effetto del Sacramento” (S. Th., III, q. 80, a. 8, ad 6um).

Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange: “tante Comunioni, ma pochi veri comunicanti”
Padre Garrigou-Lagrange (†1964) nel suo ottimo libro di Teologia ascetica e mistica Les trois âges de la vie intérieure, Parigi 1938-1939 (tr. it. Le tre età della vita interiore, Roma-Monopoli, Vivere in, 1984) scrive: «quanto alle condizioni richieste per una buona, e poi una fervorosa Comunione […] indicate nel Decreto del 20 dicembre 1905 col quale S. Pio X esortava i fedeli alla Comunione frequente, occorre ricordare che i Sacramenti, pur operando ex opere operato, producono tuttavia un effetto maggiore in proporzione delle disposizioni più perfette di coloro che li ricevono. Dunque dobbiamo far precedere alla Comunione una buona preparazione e, dopo averla ricevuta, fare un conveniente ringraziamento. […]. Una Comunione molto fervorosa è dunque per sé sola assai più vantaggiosa di molte Comunioni tiepide. […]. Il distacco dal peccato veniale e dalle imperfezioni volontarie o atti meno perfetti di ciò che potrebbero essere è la parte negativa delle disposizioni per ricevere fruttuosamente la Comunione. Quanto alle disposizioni positive alla Comunione frequente […] ricordiamoci che ogni nostra Comunione dovrebbe essere sostanzialmente e qualitativamente più intensa e fervorosa della precedente. […]. Ma oggigiorno, purtroppo, quasi tutti prendono cattive abitudini con la massima disinvoltura senza riguardo nemmeno all’Eucarestia. Se le cose continuano in questo modo, vi saranno tante Comunioni ma pochi veri comunicanti. […]. La casistica tende a prevalere sulla spiritualità e la quantità delle Comunioni sul fervore e sulla qualità di esse» (vol. II, La purificazione dell’anima dei principianti, cap. 15, La santa Comunione, pp. 179-195).

Padre Antonio Royo Marìn

Un terzo famosissimo teologo domenicano spagnolo morto qualche anno fa e specializzato in spiritualità, Royo Marìn, ha scritto un ottimo manuale di Teologia ascetica e mistica: Teologia de la perfecciòn cristiana (Madrid, BAC, 1958), che è stato tradotto in italiano dalle Edizioni Paoline nel 1960 (Teologia della perfezione cristiana, Roma) ed ha avuto sei edizioni sino al 1965 e attualmente una ristampa anastatica. Il padre domenicano scrive in esso: «San Pio X  con il Decreto del 1905 richiede due condizioni per la Comunione frequente: lo stato di grazia e la retta intenzione, ossia che non si faccia la Comunione per abitudine, ma per piacere a Dio. Inoltre è molto conveniente essere libero da peccati veniali, ma non assolutamente necessario. Inoltre si raccomanda la diligente preparazione e il ringraziamento. A nessuno che abbia queste disposizioni si può negare la Comunione. […]. È evidente, tuttavia, che le persone le quali vogliono progredire seriamente nella perfezione cristiana devono procurare d’intensificare queste disposizioni. La loro preparazione remota deve consistere nel condurre una vita degna di chi ha fatto la Comunione e si comunicherà il dì seguente. Occorre insistere principalmente nel sopprimere ogni attaccamento al peccato veniale, soprattutto deliberato, e nel combattere la tiepidezza; questo suppone una perfetta abnegazione di se stessi e la tendenza a praticare quel che è più perfetto. […]. Inoltre occorre avere fame e sete della Comunione, ossia il suo desiderio ardente. Infatti questa è la condizione che riguarda direttamente la fruttuosità e l’efficacia santificatrice della Comunione frequente. La quantità di acqua che si attinge alla fontana dipende sempre dalla capienza del recipiente. Ognuna delle nostre Comunioni dovrebbe essere più fervente delle precedenti, essendo noi disposti a ricevere il Signore nel giorno seguente  con un amore più intenso di quello del giorno precedente. Si legga S. Tommaso In Epist. ad Hebr., I, 25: “l’anima deve avanzare con un moto uniformemente accelerato, simile al movimento di una pietra che cade con maggior velocità (“motus in fine velocior”) a misura che si avvicina al suolo”» (Teologia della perfezione cristiana, cit., pp.542-547).

L’aumento della grazia tramite atti più intensi

I princìpi su esposti dai tre teologi domenicani non sono loro opinioni personali e “singolari”, ma fanno parte della dottrina dell’ aumento della grazia santificante mediante atti sempre più intensi (S. Th., II-II, q. 24, a. 6). Questa dottrina deriva dal puro buon senso, dalla retta ragione e dalla metafisica dell’essere applicati alla spiritualità. Infatti, per fare un esempio, se il termometro che abbiamo in casa segna 25° per giungere a 26° bisogna che l’ambiente e l’aria che lo circondano si surriscaldino di un grado; se invece non si produce alcun aumento di calore nell’ ambiente, il termometro resterà a 25°. Come pure per piantare un chiodo in un muro più profondamente, debbo dare una martellata più forte della precedente. Così la grazia penetra sempre di più nell’anima mediante atti ognora più intensi. Perciò la tiepidezza, il rilassamento, l’ attaccamento al peccato veniale di proposito deliberato o all’imperfezione volontaria (che è un atto di carità buono in sé, ma meno intenso o “remissus” del precedente e di quel che avrebbe dovuto e potuto essere) non favoriscono l’ aumento nell’anima del grado di grazia (S. Th., II-II, q. 24, a. 6; Domingo Bañez, In IIam IIae Sancti Thomae, q. 24, a. 6). Ma “non avanzare nella vita spirituale significa regredire” (S. Agostino, Sermo 169, n. 18). Quindi è necessario porre atti soprannaturalmente buoni sempre più intensi se vogliamo santificarci.

Che la crescita della grazia consista in un maggior radicamento di essa nell’anima risulta dalla natura stessa della grazia santificante, delle Virtù infuse e dei sette Doni dello Spirito Santo: poiché sono “accidenti qualità” soprannaturali, che ineriscono alla sostanza dell’anima, possono crescere solo in intensità e non per aggiunta quantitativa (S. Th., I-II, q. 52, a. 2; II-II, q. 24, a. 5). Per fare un esempio si prenda l’accidente “qualità” naturale caldo o freddo. Ebbene, perché la sostanza acqua diventi più calda o più fredda, bisogna che la temperatura (caldo/freddo) aumenti o diminuisca d’intensità. Se aggiungo ad un litro di acqua a 20° un litro  di acqua a 20° la somma mi darà due litri di acqua, ma sempre a 20°. Invece se abbasso la temperatura del frigorifero di 5° allora l’acqua scenderà a 15°, pur restando un solo litro.

Gli ostacoli ai buoni frutti della Comunione frequente

1) La tiepidezza
La tiepidezza è un vizio spirituale che assale coloro i quali hanno ben iniziato la vita spirituale cristiana, ma poi sono colti dalla rilassatezza. La tiepidezza, infatti, consiste in una specie di rilassamento spirituale, che indebolisce la buona volontà di tendere a Dio sempre più perfettamente come uno scalatore che va in montagna con la buona volontà affettiva ed effettiva di fare un passo dopo l’altro e giungere alla vetta senza fermarsi alle prime difficoltà. Anzi, dopo aver sciolto i muscoli delle gambe ed avere ottenuto una respirazione ed un battito cardiaco regolare sotto lo sforzo della dura salita, egli cercherà di aumentare gradatamente il suo ritmo. Se invece si abbatte, si stanca e si ferma o non avanza sempre più, non giungerà alla vetta poiché è caduto nel rilassamento fisico.
L’abitudine nelle pratiche religiose può portare al rilassamento spirituale, poiché allora esse sono fatte senza fervore e intensità ognor crescente. La Comunione frequente fatta senza maggior intensità porta alla tiepidezza e ad una certa anemia spirituale, che può precedere una probabile leucemia ed è “ancora più pericolosa di un peccato mortale isolato” (A. Tanquerey, cit., p. 779). Come è rivelato anche in San Giovanni: “Siccome non sei né caldo né freddo [ossia tiepido], ti vomiterò dalla mia bocca; sarebbe stato meglio se tu fossi stato freddo [ossia in peccato, ma pentito]” (Apoc., III, 16). La tiepidezza, consistendo in una volontaria mancanza di fervore sempre più intenso, arresta l’avanzamento spirituale. Ma nella vita spirituale “non progredire significa regredire” (S. Agostino, Sermo 169, n. 18). Quindi le anime tiepide, che svolgono le pratiche religiose svogliatamente e per abitudine, è bene che non si accostino alla Comunione quotidiana, la quale sarebbe per loro infruttuosa anche se non sacrilega.

2) Attaccamento al peccato veniale deliberato
La pericolosità del peccato veniale di proposito deliberato consiste nel fatto che esso è un male morale e spirituale non direttamente contro Dio e la Religione, ma è pur sempre una deviazione dal Fine ultimo (S. Th., I-II, q. 72, a. 5), una vera offesa a Dio, una disobbedienza volontaria, anche se in materia leggera, alla sua Legge. Il peccato veniale consiste nel preferire i propri gusti alla Volontà divina; è veniale poiché non perdiamo la vita soprannaturale dell’anima come nel peccato mortale. “Quando i peccati veniali sono frutto non di fragilità, ma di piena avvertenza e di deliberato consenso, rappresentano un grave impedimento all’avanzamento dell’anima verso il Fine ultimo. […]. Il peccato veniale deliberato rappresenta una rinuncia a tendere alla santità” (A. Royo Marìn, cit., pp. 362-368).

3) Attaccamento alle imperfezioni abituali
L’imperfezione non è un atto moralmente cattivo, è un atto buono, ma “remissus” cioè che avrebbe potuto e dovuto essere migliore o più intenso in fervore. Ciò che impedisce la vita cristiana seria è il far pace con le imperfezioni e ancor più l’abitudine di restare nell’imperfezione volontaria, ossia la rinuncia a progredire. Ora “in via Dei non progredi regredi est” (S. Agostino, Sermo 169, n. 18). Quindi l’ attaccamento all’imperfezione abituale è un impedimento alla Comunione frequente fruttuosa.
Secondo San Tommaso l’ imperfezione è l’esatto contrario della disposizione all’avanzamento nella triplice via dei principianti, dei progredienti e dei perfetti (via purgativa, illuminativa e unitiva) che conduce a Dio e consiste nel porre atti buoni sempre più intensi (S. Th., II-II, q. 24, a. 6 e 9).

L’Eucarestia fine di tutti i Sacramenti

I Padri ecclesiastici ci presentano l’Eucarestia come l’ultimo complemento dei Sacramenti e della vita cristiana (ps. Dionigi l’Areopagita, De Ecclesiastica Hierarchia, cap. III, par. 1, PG 3, 324). San Tommaso d’Aquino insegna che tutti i Sacramenti sono ordinati all’Eucarestia o Santissimo Sacramento come gli inizi al loro fine. Infatti il Battesimo e la Cresima danno e fortificano la vita soprannaturale, la Penitenza e l’Estrema Unzione la restituiscono dopo il peccato, l’Ordine Sacro e il Matrimonio la estendono socialmente agli altri (i Sacerdoti ai fedeli e i genitori ai figli), l’Eucarestia la porta alla perfezione e perciò è “consummatio vitae spiritualis” (S. Th., III, q. 73, a. 3).

L’Eucarestia aumenta, se ricevuta con fervore, la grazia abituale, ci assimila sempre più a Cristo, unisce sempre maggiormente le membra del Corpo Mistico tra di loro e porta i fedeli alla vetta della perfezione spirituale. Dopo l’Eucarestia non c’è che la gloria del Cielo o la Visione beatifica. Il Catechismo romano o del Concilio di Trento (n. 228) conferma la dottrina tomistica insegnando: “Eucharistia est omnium Sacramentorum finis”.
Cerchiamo quindi di far sempre meglio la Comunione in modo che Gesù ci “transustanzi” ossia ci renda simile a Lui ognor di più.

Nella Comunione riceviamo la SS. Trinità ed anche l’Umanità del Verbo Incarnato. Dopo la consumazione delle specie eucaristiche (circa 10  minuti dopo aver comunicato) cessa la presenza reale dell’Umanità di Cristo, ma resta realmente nella nostra anima la divina Trinità, tranne che non la cacciamo col peccato mortale. Perciò cerchiamo di convivere con la SS. Trinità che ci conosce e ci ama, come il Padre conosce il Figlio e il Figlio conosce il Padre e da tale mutua conoscenza spira lo Spirito Santo. Così noi dobbiamo cercare di conoscere ed amare sempre più e meglio il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo e di conversare con loro, “come un amico parla con l’amico” (S. Ignazio da Loyola, Esercizi Spirituali). Non siamo mai soli; l’essenziale è pensare al Signore che vive in noi se siamo in grazia di Dio, non smettere di amarlo e di colloquiare con Lui: “La maggior parte dei problemi degli uomini nascono dal fatto che non sanno restar tranquilli nella loro stanza a parlar con Dio” (B. Pascal, Pensieri).

Guardiamoci dall’abitudine di far la Comunione frequentemente senza il fervore richiesto perché renderemmo sterile la vita di Unione profonda con Dio per la quale Egli ci ha creati e redenti. “Assueta vilescunt”: le cose fate abitudinariamente divengono vili ai nostri occhi. La pura abitudine, senza il fervore nella vita, spirituale e nella Comunione frequente, svilisce la ricchezza della grazia sacramentale che l’ Eucarestia di per Sé ci dona al massimo grado, ma sempre a seconda delle nostre disposizioni.

Non dobbiamo far pace con i nostri peccati veniali e imperfezioni, anche se non potremo sradicarli totalmente. La perfezione cristiana non è assoluta – questa appartiene solo a Dio – ma è relativa alle capacità umane dopo il peccato originale, è un tendere con buona volontà effettiva ad essa.

Ricorriamo alla Madonna dopo esserci spogliati del nostro “io”, secondo la Schiavitù mariana insegnata da S. Luigi Maria Grignion de Montfort, perché Ella venga in noi e riceva con le sue purissime disposizioni Gesù eucaristico e cerchiamo di far precedere la Comunione dalla meditazione o orazione mentale, che è l’anima della vita spirituale.
Con la Comunione quotidiana ben fatta potremo riparare ed attirare la Misericordia di N. S. G. C. su di noi e sui nostri fratelli peccatori per aver fatto di Lui, che prima del Concilio era il “Grande Dimenticato”, il “Grande Profanato” del postconcilio.

Paschalis

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(Articolo pubblicato da “sì sì no no” nel numero di agosto 2013)

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