Leone XIII, Pio XI e “La Civiltà Cattolica”

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LEONE XIII, PIO XI E “LA CIVILTÀ CATTOLICA”

L’unica vera soluzione del problema ebraico

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Dal 1878 al 1903 La Civiltà Cattolica, nata nel 1858 col sostegno e l’incoraggiamento di Pio IX per combattere la massoneria e la Rivoluzione risorgimentale, su ordine di Leone XIII studiò l’origine e la causa dei mali, che avevano portato alla “breccia di Porta Pia”, individuandole nel giudaismo post-biblico.

Ernesto Nathan, ebreo, laico e massone, giunse a Roma a 25 anni, nel 1870, per lavorare come amministratore al mazziniano “La Roma del Popolo”, così presto si dedicò alla politica, con impronta convintamente laica e anticlericale. Dal 1879 aderì al partito dell'estrema sinistra storica, nello schieramento di Felice Cavallotti. Fu eletto sindaco nel 1907 e confermato nel novembre del 1911, rimanendo in carica fino al 1913 (http://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_Nathan)

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L’autorevole organo dei Gesuiti che, per volontà di Pio IX, era il porta voce della S. Sede, riprendendo l’insegnamento tradizionale della teologia cattolica sulla pericolosità individuale e sociale dell’ebraismo e sulla necessità di una legislazione speciale per tenerlo a freno, notava che dopo l’abrogazione delle leggi discriminatorie[1], iniziatasi con la Rivoluzione francese, la sua pericolosità era passata all’azione ed era diventata una minaccia vivente per tutta l’Europa. La parificazione dei diritti aveva portato alla preponderanza giudaica e questa aveva suscitato reazioni antisemite. Quindi La Civiltà Cattolica proponeva la restaurazione di una legislazione speciale che impedisse agli ebrei di danneggiare (in atto) i cristiani, che li salvasse dal totalitarismo talmudico e che nello stesso tempo preservasse gli ebrei dai pogrom antisemiti di stampo materialista e biologicamente razzista.

La soluzione del problema ebraico consisteva – per Leone XIII e La Civiltà Cattolica – o nella conversione del falso Israele post-biblico[2] al cristianesimo o nella “segregazione amichevole e non odiosa degli ebrei ” nei ghetti. Per il Papa le leggi di eccezione non significavano persecuzione, ma legittima difesa dei cristiani e nello stesso tempo protezione degli ebrei dall’antisemitismo esagerato e violento[3].

Cattolicesimo e “razza

Attorno al 1880 la terminologia è ancora imprecisa, si parla – da parte cattolica – di popolo (moltitudine), stirpe (radice, tronco, famiglia), nazione (da nascere), schiatta (impronta, carattere, tempra) e razza (radice, origine, principio, genere o natura), indifferentemente.

I padri gesuiti Oreglia, Rondina e Ballerini de La Civiltà Cattolica li utilizzano, a proposito del giudaismo, per indicare il miscuglio di Talmùd e Càbala che produce una cultura nazionale ebraica anticristiana, ossia la famiglia unitamente alla cultura ebraica  producono un legame nazionale giudaico, che ritiene la razza israelitica superiore e padrona del mondo. L’ebraismo non è descritto – dal cattolicismo – come un fatto razziale e biologico, ma come una filosofia che produce una cultura nazionale iper razzista; pertanto l’ebraismo è soprattutto razzismo.
Ma verso il 1938, sotto il pontificato di Pio XI, di fronte alle leggi razziali fasciste, La Civiltà Cattolica, con padre Messineo e Barbera, precisa i termini: l’ebraismo è una religione razzista, ma è preferibile parlare di nazione ebraica piuttosto che di razza, per distinguersi dal razzismo biologico e materialista del nazionalsocialismo e del fascismo. Per padre Messineo è di nazione ebraica chi ha famiglia ebraica, è legato alla comunità nazionale israelitica e alla sua cultura razzista-talmudica.

Nazione ebraica è un concetto che include cultura e civiltà talmudiche; le nazioni di cultura e civiltà cristiane possono lecitamente difendersi contro il razzismo-talmudico giudaico che lede la loro unità culturale civile e religiosa, sia ab extrinseco sia ab intrinseco; il quale razzismo, come una nazione giudaico-talmudica dentro una nazione cristiana, non solo non vuole integrarsi, ma pretende di imporre il proprio dominio a tutte le altre, corrompendo la loro civiltà, cultura e fede; ed è perciò che l’ebraismo va discriminato, con leggi speciali, le quali lo isolino – senza usargli violenza – per impedire che corroda le nazioni cristiane e le corrompa ed anche per difenderlo, al tempo stesso, da reazioni violente da parte dei non ebrei.

Pio XI stesso intervenne il 21 luglio 1938, nel corso di un’udienza concessa a 150 assistenti ecclesiastici di ‘Azione Cattolica’, dicendo: «cattolico vuol dire universale, non razzistico, iper-nazionalistico, separatistico; c’è qualche cosa di particolarmente detestabile, questo spirito di separatismo, di nazionalismo esagerato, che appunto perché non cristiano, non religioso, finisce col non essere neppure umano»[4].

Il 28 luglio il Papa affrontò nuovamente la questione, durante un discorso pronunciato agli alunni del collegio Propaganda Fide: «Con l’universalità c’è l’essenza della Chiesa cattolica; ma con questa universalità stanno bene assieme, bene intese e al loro posto, l’idea di razza, di stirpe, di nazione e di nazionalità… Non occorre essere troppo esigenti: come si dice genere si può dire razza, e si deve dire che gli uomini sono innanzi tutto un solo e grande genere, una grande famiglia […]. In tal modo il genere umano è una sola, universale, cattolica razza. Né può tuttavia negarsi che in questa razza universale non vi sia luogo per le razze speciali […]. Ecco cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il sano razzismo. Tutti ad un modo: tutti oggetto dello stesso materno affetto, tutti chiamati [] ad essere nel proprio paese, nelle particolari nazionalità di ognuno, nella sua particolare razza, i propagatori di questa idea così grande e magnificamente materna, umana, anche prima che cristiana»[5].

In breve, la Chiesa condanna il razzismo materialista e denuncia il pericolo giudaico, per riparare il quale occorre una legislazione di disuguaglianza civile, di restrizioni e precauzioni per difendere la cultura nazionale e religiosa e l’ordine sociale cristiano.

Si noti che Pio XI ha ripreso il concetto di razza ma lo ha spiritualizzato: non è solo materia, “sangue e suolo”, biologia, ma è genus- gens- stirps o nazione, come aveva già accennato padre Messineo da La Civiltà Cattolica. Tuttavia, il concetto di “sola razza” fu lasciato cadere e gli si preferì quello di nazione; ed ogni volta che si fosse usato, si sarebbe dovuto specificare che non era inteso materialisticamente e biologicamente, bensì spiritualmente come un insieme di civiltà, cultura e religione che formano – assieme – una nazione.

Padre Antonio Messineo (†1978), direttore de La Civiltà Cattolica, tornò nel 1942 sulla questione razziale in un ottimo libro (La Nazione, Roma, ed. Civiltà Cattolica) in cui spiega che, originariamente e genericamente, Nazione viene da Natio (ossia nasci = nascere); il termine passò, poi, a significare, più specificatamente, l’origine, la schiatta, la specie o “razza” in senso largo. Ciononostante, la Nazione è costituita da unità di cultura, tradizione, lingua, territorio. Quindi, indica, specialmente, l’unità di volontà (anima o spirito) più che di sangue dei membri o famiglie (causa materiale) che si uniscono per ottenere un fine (o causa finale: benessere comune temporale), dandosi/assumendosi dei diritti/doveri (causa formale), per natura (essendo l’uomo un animale, creato da Dio, naturalmente socievole: causa efficiente). Secondo la retta ragione (Aristotele) e la sana teologia (s. Tommaso), la Nazione è un aggregato o società di uomini, razionali e liberi, che si uniscono – moralmente e non solo ed esclusivamente biologicamente – in vista di un fine. Invece, per l’antisemitismo razziale, la Nazione, un Popolo o Società o Patria, è essenzialmente razza-sangue, ossia pura somatologia, senza cultura-anima fatta di intelletto e libera volontà; perciò è solo materia senza spirito. Questo, per la retta ragione  e la sana teologia è inammissibile, altrimenti una “mandria di animali [della stessa specie, ad esempio galline o maiali] – scrive Padre Messineo – dovrebbe essere una Nazione, Popolo o Società”. I Popoli, continua il gesuita, sono un insieme di razze, che originariamente erano omogenee ma poi, nel corso dei tempi, si sono mischiate; onde non ha senso parlare di razza pura. Quindi, Nazione, Patria, Popolo o Società significa: volontà cosciente e libera; mentre razza pura è solo materia. Più individui o famiglie, formano un Popolo o Nazione, che occupa la Patria o terra dei padri, e quando essi si danno delle leggi (con diritti e doveri),  formano una Società morale e giuridicamente composta, ossia lo Stato. Se la razza pura non esiste, tuttavia vi sono dei Popoli (che possono essere chiamati razze solo in senso largo, ossia miste) che si uniscono e formano, coscientemente e liberamente (cioè spiritualmente) uno Stato. La dottrina cattolica si erge, dunque, come una vetta in medio et culmine (in un giusto mezzo di altezza) tra due opposti errori:

a)     la difesa della razza pura (errore per eccesso: razzismo materialista e biologico);

b) l’offesa dei Popoli o Culture, che si uniscono – razionalmente e liberamente – in vista di un fine comune temporale, subordinato a quello ultimo soprannaturale (errore per difetto: “meticciato” multi-culturale e religioso).

Se nel 1938 si esagerò, ora si difetta…;

c)     in medio stat virtus, i popoli vanno aiutati a mantenere integra la loro unità culturale, spirituale, religiosa ed anche etnica in senso largo[6].

Conclusione

La situazione catastrofica della Società odierna è dovuta proprio all’allontanamento e al rovesciamento delle direttive di Pio IX e di Leone XIII. Infatti la Modernità e post-modernità non solo non distinguono il giudaismo talmudico dal Cristianesimo, non solo lo equiparano e gli concedono piena ed assoluta libertà, ma si spingono, dietro l’imput del Concilio Vaticano II e della teologia giudaizzante postconciliare[7], ad abbassare il Cristianesimo al rango di una dottrina prodotta dal giudaismo rabbinico. Tutto ciò ha portato pian piano alla preponderanza ebraica in tutti i campi: la scuola, la stampa, l’editoria, la finanza, la “teologia” ed il dominio militare, foriero di una catastrofe mondiale.

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d. Curzio Nitoglia

17/6/2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/06/17/450/


[1]Discriminare” viene dal latino “discrimen, discriminare, discernere” e significa scegliere separando (“dis”/“cernere”), discernere, distinguere una cosa da un’altra, una dottrina da un’altra e quindi nel nostro caso il Giudaismo talmudico da quello veterotestamentario e dal Cristianesimo, unico vero erede dell’Antico Testamento. Non è un vocabolo etimologicamente dispregiativo, come volgarmente oggi si ritiene.

[2] È ‘formalmente ed esplicitamente rivelato’ che esiste un vero Israele e un Israele secondo la discendenza carnale. Infatti, san Paolo scrive: “Non tutti coloro che sono da Israele sono il vero Israele” (Gal., IX, 6). Vale a dire, vi è un Israele carnale “coloro che sono da Israele” secondo la nascita, ossia “coloro che sono discendenza di Abramo” (Gal., IX, 7) e un Israele spirituale, coloro che hanno la fede di Abramo, il quale credeva nel Messia venturo, Gesù Cristo. Quindi è ‘formalmente e implicitamente rivelato’ [in Israele secondo la carne ], che esiste il falso Israele, poiché non corrisponde alla sua vocazione di accogliere il Messia e farlo conoscere alle Genti, mentre Israele secondo lo spirito è il vero Israele, perché corrisponde alla sua vocazione, accogliendo Cristo e predicandolo ai Gentili. Conseguentemente è ‘virtualmente rivelato’ ossia è una ‘conclusione teologica’ che vi è un nuovo Israele (il cristianesimo o la nuova Alleanza nel Sangue di Cristo) ed un vecchio Israele (il mosaismo o la vecchia Alleanza, che era ombra e preparazione a Cristo). Tuttavia occorre precisare che il vecchio Israele non è cattivo in sé ma solo imperfetto poiché relativo a Gesù, mentre l’Israele falso o cattivo intrinsecamente è il giudaismo attuale che nega Cristo e il cristianesimo. I Padri interpretano il versetto di san Paolo in tale senso: la promessa di Dio che assicurava la salvezza non ha fallito, anche se Israele non ha creduto. Infatti, non è l’Israele carnale, ma quello spirituale che conta. Non è la discendenza razziale da Abramo che salva; solo chi ha lo spirito di Abramo, o la Fede in Cristo, è vero figlio d’Abramo, secondo la promessa di Dio. La salvezza non è legata ad un mero fattore biologico, ma solo alla cooperazione libera dell’uomo (a qualsiasi popolo appartenga) al dono di Dio. Le promesse di Dio sono state fatte non all’Israele secondo la carne, ma a quello spirituale. San Tommaso d’Aquino nel suo Commento alla Lettera ai Romani, (Roma, Città Nuova, 1994, II vol., p. 25), scrive: “Non tutti i nati da Giacobbe o Israele secondo la carne sono veri Israeliti, ma solo quelli che sono retti e ordinati a Dio mediante la Fede… Per questo anche Gesù disse di Natanaele (Giov., I, 47): ecco un vero israelita in cui non c’è inganno. (…) In secondo luogo l’Apostolo mostra ciò che ha proposto mediante il confronto con Abramo, dicendo né tutti quelli che sono discendenza carnale da Abramo sono figli spirituali di Abramo…, ma solo quelli che hanno imitato la sua Fede e le sue Opere; (Giov., VIII, 39) se siete figli di Abramo fate le opere di Abramo…ma voi avete per padre il diavolo”. Nell’epistola ai Filippesi (III, 2-3) san Paolo aggiunge: “Guardatevi dai cani, dai cattivi operai, da quelli che si son fatti  mutilare con la circoncisione! I veri circoncisi, infatti, siamo noi che adoriamo Dio in spirito e ci gloriamo in Gesù Cristo, non avendo fiducia nella carne”. I giudaizzanti o i giudeo-cristiani (che insegnavano la necessità della circoncisione per salvarsi, anche dopo l’avvento di Cristo) son chiamati ‘cani’ (termine con il quale gli ebrei designavano i pagani idolatri), poiché rabbiosi avversari della dottrina cristiana e infedeli al Messia promesso da Mosè e dai Profeti. Dopo Cristo, la circoncisione (come il cerimoniale antico) è solo un’inutile mutilazione della carne (termine col quale gli ebrei indicavano le sanguinolente mutilazioni dei culti idolatrici pagani) senza alcun valore per lo spirito. La vera circoncisione è quella spirituale che recide il vizio e l’idolatria, adorando Dio con la purezza spirituale della fede, in Cristo. Quindi, il vero Israele secondo lo spirito sono i cristiani i quali non ripongono la loro Fede e speranza nella discendenza carnale o biologica da Abramo, ma solo nella fede e nella carità in Christo Jesu Domino Nostro. Perciò, è formalmente (ed esplicitamente) rivelato che vi è il vero /e (implicitamente) il falso circonciso (o fedele); il vero (esplicitamente) /e (implicitamente) il falso Israele, secondo lo spirito o secondo la carne.

[3] R. Taradel – B. Raggi, La segregazione amichevole. «La Civiltà Cattolica» e la questione ebraica, 1850-1945, Editori Riuniti, Roma, 2000, pagg. 124-155, passim.

[4] La Civiltà Cattolica, 1938, vol. III, pag. 271.

[5] L’Osservatore Romano, 29 luglio 1938.

[6] Cfr. G. JELLINEK, La Dottrina Generale dello Stato, Milano, Società Editrice Libraria, 1921; W. SCHMIDT, Razza e Nazione, Brescia, 1933; J. T. DELOS, La Societé Internazionale et les Principes du Droit Public, Parigi, 1929; A. MESSINEO, Monismo Sociale e Persona Umana, Roma, ed. Civiltà Cattolica, 1943.

[7] Cfr. Giovanni Paolo II, “Discorso alla Sinagoga di Roma” del 13 aprile 1986, in cui definisce l’ebraismo “Fratello maggiore e prediletto del Cristianesimo”.

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