Papa Bergoglio, vita e pensiero: la “cultura dell’incontro”

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Papa Bergoglio, vita e pensiero:
la “cultura dell’incontro”

Sono passati circa quattro mesi dall’elezione di papa Francesco I (13 febbraio 2013) e mi sembra opportuno fare il punto su quel poco che si è scorto, da allora, circa il suo orientamento  dottrinale come successore di Pietro.

Egli è un uomo di azione più che di dottrina, un “Pastore” più che un “Maestro”, anche se è persona colta ed intelligente, ma il primato in lui spetta alla prassi più che alla teoresi, pur se la seconda dà il via alla prima e per capire il suo modo di agire occorre scandagliare il suo modo di pensare e far teologia.

Tra i Papi conciliari e postconciliari si può fare un’analogia: Giovanni XXIII sta a Giovanni Paolo II e Francesco I, come Paolo VI sta a Benedetto XVI. I primi tre sono stati certamente uomini di una certa cultura, ma soprattutto pastori dotati di un certo carisma che li ha resi simpatici alle folle. I secondi due sono stati piuttosto dottrinari (modernisti) e non ricchi come i primi tre del carisma pastorale, della grande popolarità e della simpatia, che emana oggettivamente dalla personalità del terzetto suddetto.

Per il presente articoletto mi servo di un libro intervista che l’allora card. di Buenos Aires aveva rilasciato a due giornalisti argentini (Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti) nel 2009-2010 e che è stato pubblicato pubblicato in italiano dopo la sua elezione a Papa nel 2013 dalla Editrice Salani di Firenze sotto il titolo Jorge Bergoglio. Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta.

Il libro ci fa conoscere la personalità del cardinale e non parla ancora del Papa per ovvi motivi (risale al 2009-2010), ma è la stessa  persona di José Bergoglio, che circa tre anni dopo è diventata Francesco I. Quindi il cardinale e la sua vita passata ci aiutano a capire il Papa e ad intuire quel che potrebbe fare o meno.

La prima “novità” è che la Prefazione al libro è stata scritta dal Rabbino capo di Buenos Aires, Abraham Skorka, il 23 dicembre 2009 a lavoro compiuto. L’altra “novità” è  che papa Bergoglio aveva già scritto da cardinale nel 2006 una Prefazione ad un libro del medesimo Rabbino. Il Rabbino scrive che non è stato “un semplice scambio di gentilezze” (p. 5) ma si tratta “della prova, chiara e sincera, del profondo dialogo che esiste tra due amici per i quali […] il dialogo interreligioso, tema che acquistò particolare rilevanza a partire dal Concilio Vaticano II,  […] è passato immediatamente alla franchezza di un dialogo ispirato alla sincerità e al rispetto […] con la fede che il corso della storia possa e debba essere cambiato, che la […] redenzione del mondo non sia solo un’utopia, ma un obiettivo possibile” (pp. 5-6).

Non bisogna stupirsi se la massoneria ebraica del Bené Berith argentino ha inviato un caloroso messaggio di felicitazioni al cardinal Bergoglio per la sua elezione a Papa: “Il card. J. M. Bergoglio è stato sempre impegnato nel dialogo interreligioso ed ha costruito una relazione fraterna con la Comunità ebraica argentina e specialmente col Bené Berith […]. Noi riconosciamo in Francesco I un amico dell’Ebraismo” (B’nai B’rith Argentina, n. 450, 17 marzo 2013).

Qui sorge subito un’obiezione di Fede. La Redenzione è già stata operata 2000 anni or sono da Gesù Cristo, profetizzato dall’Antico Testamento già nel primo Libro Sacro del Pentateuco di Mosè (Gen., III, 14-15) e che i Rabbini, gli Scribi ed il Sinedrio condannarono a morte per essersi proclamato Messia e Redentore del mondo, come professa la Religione cristiana. Allora come può un cattolico aspettare la futura “redenzione” assieme ad un Rabbino senza rinnegare implicitamente la sua Fede cristiana per la quale la Redenzione è già avvenuta e non può essere futura per il principio evidente di non-contraddizione? Forse si tratta della “redenzione” immanentistica e rivoluzionaria terrena delle ideologie naturalistiche, che non pensano all’al di là e si fermano all’al di qua? Sembrerebbe proprio di sì.

Seconda osservazione “l’ossessione di Bergoglio può essere riassunta in due parole: incontro e unità” (p. 7). Ma come si possono incontrare ed unire cristiani ed ebrei se questi ultimi si ostinano a rifiutare Gesù Cristo? Egli, inoltre, si autodefinisce come il teorico “della cultura dell’incontro” (p. 107).

Il primato della prassi tanto caro a Bergoglio può aiutarci a capire. Secondo lui occorre dare “la priorità all’incontro tra le persone, al camminare assieme. Così facendo, dopo sarà più facile abbandonare le differenze” (p. 76). Infatti secondo Bergoglio è bene “non perdersi in vuote riflessioni teologiche” (p. 39). Non solo, dunque, primato dell’azione, ma disprezzo della riflessione e della speculazione teologica.

La S. Scrittura, la Tradizione apostolica, la sana Filosofia, la retta Teologia, la Spiritualità dei Santi e il Magistero, invece, hanno sempre insegnato tutto il contrario: “Contemplare et contemplata aliis tradere” (S. Tommaso d’Aquino), la vita contemplativa è in sé superiore a quella attiva  perché “la contemplazione si riferisce alle cose divine e l’azione a quelle umane” (S. Th., II-II, q. 182); “Nihil volitum nisi prius praecognitum” (Aristotele); “La Teologia si fa mediante la riflessione della ragione naturale sulla divina Rivelazione” (S. Th., I, q. 1); “L’accorto agisce sempre con riflessione” (Prov., XIII, 16); “Lo zelo senza riflessione non è cosa buona” (Prov., XIX, 2); “Non far nulla senza riflessione” (Sir., XXXII, 19); “Maria rifletteva e conservava tutte le cose in cuor suo” (Lc., II, 19); “Gesù passava la notte in riflessione” (Mt., XXIV, 25); S. Massimo il Confessore: “Occorre riflettere e contemplare per vedere le cose nel loro rapporto con Dio” (Ad Thal., PG 90, 372); S. Basilio: “La sapienza e la  contemplazione conducono a Dio” (Hom. in princ. Prov., PG 31, 389); “Ora et labora” (S. Benedetto da Norcia). Il Magistero della Chiesa con Leone XIII, Enciclica Aeterni Patris del 1879; San Pio X (Motu proprioDoctoris Angelici” del 1914), Benedetto XV (Enciclica Fausto appetente die del 1921), Pio XI (EnciclicaStudiorum ducem del 1923) ha ribadito la superiorità della riflessione teologico/filosofica specialmente tomistica sull’azione.

Francesco I definisce la Fede come “l’incontro con Gesù Cristo” (p. 85), senza specificare di quale incontro si tratti, se di quello mediante la grazia santificante che ci unisce realmente e soprannaturalmente a Dio o se di un semplice fatto o accaduto nella nostra vita, che ci fa “sentire” una vaga “esperienza religiosa”. Questa definizione non corrisponde in nulla alla natura della virtù di Fede teologale che è “l’assenso dell’intelletto spinto dalla volontà, sotto la mozione della Grazia attuale divina, ad una Verità divinamente rivelata ossia ad un Mistero, che sorpassa le capacità della ragione umana ma non è contraddittorio”. Occorre, perciò, assentire ad un Dogma rivelato da Dio, contenuto nella S. Scrittura e Tradizione, e definito dal Magistero della Chiesa con la ragione elevata dalla Grazia. L’incontro vero e soprannaturale con Dio (sostanzialmente diverso dal sentimentalismo dell’esperienza religiosa) è l’effetto di tale atto di Fede che, se è accompagnato dalla virtù di Carità (osservanza dei 10 Comandamenti), ci unisce a Dio. Definire la Fede solo come l’incontro con Gesù è erroneo, Francesco I inverte talmente la definizione e la natura delle Virtù teologali di Fede e Carità da scrivere: “Dopo l’incontro con Gesù viene la riflessione su Dio, Cristo e la Chiesa” (ivi). La Fede per lui è un fatto (un incontro) ossia qualcosa di irragionevole, è il prodotto di un’esperienza soggettiva del sentimento religioso, che per i modernisti precede ogni riflessione razionale come anche per Kant.

Il “Sentimento religioso” pone l’accento più sull’emotività sentimentalistica che sulla ragione e volontà. In religione il sentimento o meglio sentimentalismo, per il Modernismo, precede la conoscenza di Dio mediante la Fede quaerens intellectum, anzi la rimpiazza: “Gesù e il Cristianesimo non sono un pacchetto di Verità da credere o di Precetti da osservare, ma consistono in un incontro o in un’esperienza personale”, disse l’allora card. J. Ratzinger ai funerali di don Luigi Giussani († 2005), fondatore del movimento “Comunione e Liberazione”. Invece la religione è innanzi tutto assentire ai 12 articoli del Credo (Fede), poi mettere in pratica i 10 Comandamenti (Morale) ed infine mediante un lungo percorso di meditazione, sorretta dai 7 Sacramenti (Grazia), l’incontro con Dio Trino realmente ed oggettivamente esistente. Invece «dal Luteranesimo in poi il sentimento è diventato per molti l’unica o la principale fonte della religione, ridotta a una semplice esperienza psicologica individuale. […] Il sentimentalismo psicologico, esagerazione del semplice sentimento, sul terreno religioso è anarchia e smarrimento dello spirito, che si avvia inconsciamente verso il Panteismo e l’Ateismo»[1].

Il dialogo e l’incontro personale  valgono per tutti, ebrei, musulmani ed anche per i “tradizionalisti” se pronti ad “incontrarsi, a camminare assieme”, il resto verrà da sé, le diversità pian piano si addolciranno. Bergoglio suole ripetere: “è il tempo a farci maturare. Bisogna lasciare che il tempo modelli e amalgami le nostre vite” (p. 65).

Non penso (è solo un’opinione, una congettura personale e non una certezza) che papa Francesco I sbatterà le porte in faccia al mondo “post-tradizionalista”[2] in cerca di una sistemazione canonica e pronto a riconoscere la “bontà del Vaticano II al 95%”. L’importante è incontrarsi, camminare assieme e poi anche quel piccolo 5% di differenza, che è rimasto come la foglia di fico del povero Adamo dopo il peccato originale a coprire le “vergogne” del “cedimento dottrinale”, si appianerà con un “trasbordo ideologico inavvertito”, non solo verbale, ma reale e doloroso.

Il motto di papa Bergoglio è “qualsiasi forma di mancato incontro è per me un motivo di profondo dolore” (p. 110), perciò quando “mi domandano un orientamento, la mia risposta è sempre la stessa: dialogo, dialogo, dialogo…” (p. 111).

Il libro ci ricorda, inoltre, che Bergoglio fu l’antagonista di Ratzinger alle elezioni del 2005 e che era il delfino del card. Carlo Maria Martini, il quale era oramai malato e si era scoperto come esageratamente progressista per poter ottenere i voti della maggioranza del Collegio cardinalizio; allora Martini e Bergoglio decisero di far confluire i voti ottenuti sul card. Ratzinger (pp. 9-10). Perciò Bergoglio dottrinalmente è più vicino all’area del card. Martini che a quella di Joseph Ratzinger.

Tuttavia la sua Tesi di laurea è stata discussa in Germania negli anni Ottanta su Romano Guardini “propugnatore del rinnovamento ecclesiastico, che si sarebbe realizzato nel Concilio Vaticano II” (p. 18). Ora se Guardini è stato un modernizzante, e lo è stato, è stato anche il caposcuola di Ratzinger, Hans Urs von Balthasar e della Rivista “Communio” dal 1972 contraltare modernista moderato della Rivista “Concilium” del 1964 avanguardia del modernismo radicale (Rahner, Küng, Schilleebeckx) ed ha influito non poco sulla sensibilità estetizzante di Benedetto XVI circa la Messa tradizionale. Quindi occorre saper sfumare e far le dovute differenze nella personalità di Bergoglio. Amando Guardini, penso, ma non posso esserne certo, non disprezzerà, come Montini, la Messa detta di San Pio V, purché non si obietti troppo e pubblicamente sulla ortodossia del Novus Ordo Missae di Paolo VI.

Una nota ricorrente nella vita e nel pensiero di Bergoglio è “l’esperienza religiosa, l’incontro personale con Cristo” (p. 41 e 77) tanto cara al modernismo, a “Comunione e Liberazione”, nata dalla rivista “Communio”, patrocinata da Guardini, de Lubac, Balthasar e Ratzinger a partire dal 1972.

L’“Esperienza religiosa” vede «il fatto religioso principalmente come un fenomeno psicologico individuale, in cui il sentimento erompente dalla subcoscienza ha il predominio sulle funzioni dell’intelligenza. Questa esperienza religiosa avrebbe per oggetto non propriamente un Dio personalmente distinto dall’uomo e trascendente il mondo, ma il divino, sentito vagamente, come qualcosa che non sorpassa l’uomo, ma è immanente in esso, verso cui l’anima ha sentimento di amore»[3]. La “Subcoscienza” è un termine invalso nella fine dell’Ottocento, quando Myers (1886) «credette di aver scoperto oltre la periferia della coscienza umana un sostrato oscuro, ma ricco di risorse percettive ed emotive, che chiamò appunto subcoscienza. […] Esiste in noi, un Io cosciente, chiaro, ordinario, che è la nostra personalità comune; ma nella profondità dello spirito  si nasconde un Io subcosciente, detto anche subliminale, in cui si elaborano, a nostra insaputa, intuizioni e sentimenti vaghi, che man mano si raggruppano, si fondono e all’improvviso irrompono nella zona dell’Io cosciente determinandone nuove aspirazioni, nuove direttive, una vita nuova. Nell’oscura coscienza subliminale si elabora specialmente il sentimento del divino, che è la radice e la fonte della religione. La vera religione non è nei Libri Sacri, non viene dal di fuori ma sale dalle profondità della subcoscienza. […] I dogmi non sono verità immutabili, ma espressioni provvisorie, a carattere pratico-simbolico, dell’esperienza religiosa»[4].

 Bergoglio non è comunista anche se ha letto molta letteratura del Partito Comunista ed è stato influenzato da essa ed inoltre Leònidas Barletta, un personaggio rilevante della cultura marxista, ha contribuito molto alla sua formazione politica (p. 45).

Ciò che è accaduto a Cuba durante la rivoluzione castrista, alla quale collaborarono anche numerosi cattolici, pur se con finalità diverse, è un esempio tipico del risultato a cui porta la collaborazione con i comunisti e dovrebbe farci riflettere. I Comunisti come i Modernisti, infatti, non disdegnano la collaborazione dei cattolici. Anzi, la sollecitano (v. Antonio Gramsci, Ernest Bloch e Palmiro Togliatti), la provocano anche, mettendo in evidenza miseria e ingiustizie che possano suscitare l’indignazione e la reazione degli spiriti retti. E, purtroppo, spesso ottengono la collaborazione desiderata. Abituati ad agire in buona fede, i cattolici tendono molte volte a giudicare impossibile che, rispetto a considerazioni umanitarie, qualcuno possa nascondere un fine perverso. Finiscono così per impegnarsi, non per il movimento comunista, ma per la lotta a favore degli infelici, degli oppressi e dei sofferenti. E lavorano uniti, cattolici e comunisti, certi i primi che gli altri, come loro, desiderano sinceramente curare la società dalle piaghe che la infettano; più certi i secondi che l’agitazione umanitaria offrirà loro l’ambiente ideale per l’estensione del loro potere. Lavorando assieme finiscono, però, per pensare allo stesso modo, ossia i cattolici si lasciano incantare dalla sirena marxista e perdono la loro identità.

Il filosofo tedesco Ernest Bloch (1885-1977) ha studiato meglio di tutti le modalità per presentare il comunismo in una salsa che seduce anche i cattolici: farli incontrare non sul piano della dottrina, ma su quello dell’azione e dei fatti contingenti (la pace, la fame nel terzo mondo, le ingiustizie sociali …). Solo così si potrà convertire i cristiani al comunismo dapprima pratico e poi anche teoretico (cfr. E. Bloch, Karl Marx, tr. it., Bologna, Il Mulino, 1972). Se Marx aveva presentato la religione come “l’oppio dei popoli”, Bloch  opera una distinzione tra a) religione cattiva, che è quella tradizionale, la quale crede in un Dio personale e trascendente e predica l’accettazione paziente delle sofferenze, e, b) religione buona, che è quella progressista, la quale attende il “messia” su questa terra dopo la rivoluzione dei poveri contro i ricchi. I “credenti” progressisti debbono essere affiancati dal comunismo e poi convertiti tramite l’azione comune (cfr. E. Bloch, Ateismo nel Cristianesimo, tr. it., Milano, Feltrinelli, 1976). Bloch ha gettato un ponte tra Cristianesimo e comunismo ed ha abbattuto i bastioni che difendevano il primo dalle insidie del secondo, quindi il ponte è stato percorso a senso unico, ossia solo dal Cristianesimo verso il marxismo pratico. Palmiro Togliatti a Bergamo il 20 marzo 1963 ha fatto un discorso in cui, rifacendosi ad Antonio Gramsci, ha proposto la de-ideologizzazione, invitando cattolici e comunisti a non scontrarsi su questioni di dottrina, ma ad agire assieme per la pace del mondo, evitando assolutamente sterili diatribe dottrinali” (L. Gruppi, Antologia del compromesso storico, Roma, Editori Riuniti, 1977, P. Togliatti, Il destino dell’uomo,  pp. 244 ss.). Ebbene questo è lo stesso programma proposto da Francesco I: de-ideologizzare, incontrarsi, costruire ponti, abbattere steccati, evitare sterili diatribe dottrinali, agire assieme e poi pensarla inavvertitamente alla stessa maniera.

Così il modernismo apparentemente moderatamente progressista, che oramai ha occupato l’apice dell’ambiente cattolico e ecclesiale, chiede ai cattolici fedeli alla Tradizione di agire uniti per vincere il materialismo, l’ateismo. Alcuni cattolici fedeli in buona fede si lasciano convincere e agendo assieme ai modernisti, realmente progressivi, anche se apparentemente moderati, finiscono per essere mangiati da loro, come “il pesce più piccolo è divorato da quello più grande”. Poiché l’agitazione filantropico-umanitaria, mascherata da conservatorismo religioso, offrirà ai modernisti l’ambiente ideale per l’estensione del loro potere, mettendo a tacere la voce del “grillo parlante” rappresentato dal cattolico fedele.

Attenzione! Le insidie della “setta segreta modernista” (S. Pio X, motu proprioSacrorum Antistitum’, 1° settembre 1910) sono veramente simili a quelle della “setta comunista”. Per evitarle occorre domandare a Dio di avere le idee ben chiare e la forza di volontà per non cedere di fronte al labor certaminis e all’horror difficultatis. Infatti, dopo cinquanta anni di lotta contro un nemico abile, scaltro, nascosto e insidioso, si corre il rischio di lasciarsi andare e cedere alla tentazione dell’entrismo: “haec omnia tibi dabo, si cadens adoraveris me”.

Ab insidiis diaboli, libera nos Domine! Purtroppo “lo stupido è il cavallo del diavolo” e il guaio più grande è quando lo stupido si prende per una volpe e fa la fine del pollo. Il 1979 (“Concilio alla luce della Tradizione”, che invita al dialogo), il 1984 (“Indulto” doloso), il 2005 (“ermeneutica della continuità”, che ri-invita al dialogo), il 2007-2011 (“motu proprio” che è praticamente ritornato all’“Indulto doloso”) non gli insegnano nulla: egli continua a voler conciliare l’inconciliabile, a stringere la mano tesa. Ora occorre attendere e vedere quale sarà la mossa di Francesco I verso il mondo della Tradizione, ma la sua personalità lascia intravedere che la politica della distensione e della mano tesa continuerà.

Francesco I non è per la Teologia della Liberazione, anche se essa – per lui – non è totalmente condannabile ed ha dei “lati positivi” (p. 78), quindi è solo “segnalabile” (p. 78). C’è sempre un “ma” o un “anche se” nel suo pensiero. Nulla è chiaro, preciso, definito e netto, ma tutto è fluido, confuso, contraddittorio ed in continua evoluzione.

Il suo pensiero teologico sovente non corrisponde con quello della Chiesa. Infatti egli parla di “immoralità della pena di morte” (p. 83) e asserisce che “in pratica” il ‘Catechismo della Chiesa Cattolica’ (‘CCC’) ha dichiarato l’abolizione di essa (ivi). Invece il ‘CCC’ ha dichiarato che in sé la pena di morte non è immorale ma che de facto o in pratica occorre abolirla poiché non più al passo con i tempi e la dignità della persona umana. Bergoglio riguardo a questa distinzione del ‘CCC’ sulla pena di morte ha esplicitato una parte e negato l’altra, tranne un’eccezione significativa per i gerarchi tedeschi del III Reich processati e condannati all’impiccagione a Norimberga nel 1946: “non sono favorevole alla pena di morte, ma era la legge del momento ed è stata la riparazione che la società ha preteso” (p. 133).

Il suo pensiero è intriso di antropocentrismo. Infatti parla di “trascendenza [dell’uomo, ndr], che guarda a Dio e rende possibile la trascendenza  verso gli altri [uomini e creature, ndr]”. Perciò anche l’ateo “può trascendere, attraverso gli altri [uomini credenti, ndr], evitando l’isolamento” (p. 109). Invece la Trascendenza vera è quella di Dio, che sorpassa infinitamente ogni creatura essendo Egli il Creatore, che fa partecipare del suo Essere per essenza tutte le creature, che sono enti per partecipazione; in breve il mondo è un ente finito subordinato ad una Causa incausata e Trascendente, che trae dal nulla l’universo intero (cfr. S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I, q. 2, a. 3). Al contrario papa Bergoglio confonde Trascendenza con immanentismo e solidarietà tra uomini, il suo “dio” non è l’Atto puro, l’Essere stesso sussistente per sua Essenza, ma sembra piuttosto il “Grande Architetto dell’Universo”.

La mancanza di identità, per Francesco I, lungi da essere un difetto, una mancanza, è una ricchezza perché rende possibile l’incontro con l’altro, il diverso: essa “non guarda all’indietro [Tradizione, ndr], ma si focalizza sul futuro” (ivi).

Infine recentemente Francesco I ha negato che la moltiplicazione dei pani sia stato un miracolo asserendo il 17 maggio: “In particolare in quello dei pani e dei pesci, i quali  non si moltiplicarono […], ma semplicemente non finirono. […]. Quando uno dice ‘moltiplicare’  può confondersi e credere che faccia una magia” (www.zenit.org).

Questo è solo l’inizio del Pontificato di Francesco I. Per portare un giudizio più fondato e sicuro occorre attendere i suoi primi atti ufficiali, ma il giorno si vede dal mattino…

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d. Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2013/06/08/papa-bergoglio-vita-e-pensiero-la-cultura-dellincontro/

8/6/2013

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[1]P. Parente, Dizionario di teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, voce “Sentimento religioso”, pp. 384-385. Cfr. C. Fabro, voce “Esperienza religiosa”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. V, coll. 602-607.
[2]Nel “Nuovo Ordine Mondiale” abbiamo assistito a) politicamente alla nascita di post-comunisti, di post-fascisti, di post-democristiani, che sono confluiti nel calderone della “Repubblica Universale”; b) spiritualmente alla Babele di Assisi (I-II e III), in cui le varie religioni hanno rinunciato a ciò che le divideva per occuparsi di ciò che le unisce e darà luogo al “Tempio Universale”.  Perciò i “post-tradizionalisti” sono quella fetta del mondo antimodernista che aveva rifiutato gli errori della modernità e post-modernità per restare attaccati alla Tradizione apostolica e al Magistero costante e tradizionale della Chiesa, ma che da qualche anno scalpita per aggiornarsi ed uscire dal “ghetto” onde avere un posto nella “buona” società civile ed ecclesiale, sentirsi “normali” e bene accetti, a condizione di annacquare un pochino e solo a parole la propria identità. Per fare un esempio, il giovane José, martire cristero, che nel film messicano “Tra il Cielo e la terra” sulla Cristiada, viene condannato a morte e torturato, di fronte alle istanze del suo aguzzino e poi, ancora più pericolose, del suo padrino che gli suggerisce: «basta che tu dica “morte a Cristo Re, viva il Governo federale”, tanto sono solo parole» risponde: «non posso, viva Cristo Re!» e si fa uccidere, ma va diritto in Cielo, rispecchia esattamente la scena che si sta svolgendo sotto i nostro occhi in questi anni. Basta che diciate “accetto il Vaticano II, non critico il Novus Ordo Missae”, tanto sono soltanto parole! Così entrerete nel bel mondo del “Nuovo Ordine Mondiale” in cui sarete rispettati come bravi “cittadini”, dice il “padrino” ai “tradizionalisti”… Che Dio ci conceda la forza di poter rispondere “non posso, viva Cristo Re!”.
[3]P. Parente, Dizionario di Teologia dommatica, voce “Esperienza religiosa”, Roma, Studium, IV ed., 1957, pp. 144-145.
[4]P. Parente, Dizionario…, cit., voce “Subcoscienza”, pp. 401-402. Cfr. P. Parente, L’Io di Cristo, Brescia, 1951; ove parla anche delle più recenti aberrazioni dello psicologismo sul terreno cattolico, da p. 311 a p. 460 della 3a ed., Rovigo, Istituto Arti Grafiche, 1981. Gli autori criticati sono: Günther e Rosmini, K. Rahner, E. Schillebeeckx, B. Schoonenberg, Küng, Teilhard de Chardin, Carlo Molari e Jean Galot.
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