Mons. Gherardini sul Magistero: recenti precisazioni

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Introduzione

Monsignor Brunero Gherardini, nella Rivista Divinitas[1], è tornato a spiegare più dettagliatamente il problema del Munus docendi nella Chiesa, riguardo alle ultime discussioni sorte recentemente sulla questione dei rapporti tra Rivelazione e Magistero.

Porgo al lettore un adattamento ed un riassunto dell’ottimo articolo di mons. Gherardini, con qualche mia breve considerazione, ed invito caldamente allo studio del medesimo articolo.

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Corpo dell’articolo

La parola Magistero indica il Potere di Insegnare, che Gesù ha lasciato alla Sua Chiesa ed anche l’Atto ed il Contenuto dell’Insegnamento della Chiesa in se stesso (p. 87).

Nella S. Scrittura (una delle due fonti della Rivelazione, assieme alla Tradizione) si trova la definizione di Magistero, specificatamente nel Vangelo secondo Matteo (XXVIII, 19): “Andate e fatevi Maestri di tutti i Popoli”, che alla lettera può esser tradotto: “Fate vostri discepoli tutti i Popoli” (p. 87), ossia “Sottomettete al vostro Magistero tutti i Popoli”.

È chiaro, da quanto rivelato nel Vangelo, che Gesù ha voluto istituire un Potere di Insegnamento o Magistero (v. anche Mt., XVIII, 18; Mc., XVI, 15; Lc., XXIV, 47; Gv., XXI, 15-17), anche se in Teologia ecclesiologica la parola “Magistero” è stata impiegata solo recentemente.

La parola Magistero, nel significato attuale ed in senso stretto, è stata introdotta dai canonisti tedeschi del XIX secolo, inoltre occorre attendere il Concilio Vaticano I (1870) per avere una dottrina definita sul Magistero ecclesiastico. Ma sin dai primi tempi del Cristianesimo si parla del “potere di sottomettere all’insegnamento” conferito da Gesù a Pietro e agli Apostoli (Mt., XVI, 16-19; Lc., X, 16; Gv., XXI, 15 ss.). Quindi la realtà del Magisterium è coeva a Cristo[2].

Perciò Gesù Cristo ha fondato o ha dato l’esistenza alla Sua “Chiesa” (Qahal, Èkklesìa, Ecclesia, cfr. Mt., XVI, 18), alla quale ha fornito tutti gli strumenti necessari per agire e cogliere il suo fine, che è la  salvezza della anime.

La Chiesa di Cristo è presentata dagli Atti degli Apostoli (XIX, 32-40) e dalle Epistole di San Paolo (1 Cor., X, 32; Gal., I, 13; 1 Tim., III, 15; Rom., XVI, 16) come la Comunità o Società religiosa della Nuova ed Eterna Alleanza, che ha rimpiazzato definitivamente  la Sinagoga della  Vecchia Alleanza (p. 88).

La Chiesa del Nuovo Testamento ha diverse caratteristiche:

a) il Mistero soprannaturale/verticale e la comunione fraterna tra i suoi membri;

b) la Società giuridica nettamente gerarchizzata.

Infatti tutti i battezzati sono fratelli in Cristo nella Comunione dei Santi, partecipando agli stessi Sacramenti come fonte della Grazia divina, ma con Uffici e Cariche ben distinte e diversificate: chi governa e chi è governato (Chiesa gerarchica o docente e Chiesa discente). Al vertice della Chiesa vi è Pietro con i suoi Successori i Papi (Mt., XVI, 16) quali Capi dei fedeli, degli Apostoli, dei Sacerdoti e dei Vescovi (p. 88).

Giustamente Pio XII ha definito la Chiesa il “Corpo Mistico di Cristo” (Enciclica Mystici Corporis Christi, 1943), ossia una Società giuridica e visibile (Corpo), ma anche soprannaturale (Mistico) in quanto fondata da Cristo, finalizzata al Paradiso e munita di strumenti soprannaturali (Sacramenti), che conferiscono la Vita divina o la Grazia santificante.

I “Dottori” o “Maestri” della Chiesa sono investiti da Gesù del Compito o Ufficio di Insegnamento o Magistero (Rm., XII, 7; XV, 4) delle Verità divinamente Rivelate. Ciò vuol dire che la Chiesa ha il Compito di Insegnare non qualsiasi verità, ma il “Vangelo” o la Dottrina rivelata da Dio e contenuta nell’Antico e Nuovo Testamento e nella Tradizione apostolica.

Il Compito magisteriale (Magisterium o Munus docendi), cronologicamente, precede il Compito di santificare (Sacerdotium o Munus santificandi) mediante i Sacramenti. Infatti prima occorre insegnare e spiegare la Fede e Morale cristiana e particolarmente cosa sia la Grazia e poi si possono amministrare i Sacramenti[3], come canale principale della Grazia, che dà la forza soprannaturale/sacramentale per professare il Credo ed osservare la Morale. Monsignor Antonio Piolanti scrive: “Gesù ha conferito agli Apostoli la triplice Potestà di Magistero, di Ministero [Sacerdozio, ndr] e di Giurisdizione (Mt., XXVIII, 19-20)” (Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, voce “Ordine”, IV ed., 1957, p. 293).

La Chiesa è fornita da Cristo come Re o Pastore anche della Carica di Imperio giurisdizionale (Imperium o Munus imperandi seu dirigendi)[4] mostrando agli uomini la retta “Via” che conduce le anime in Cielo, inculcando i postulati della Morale divina e richiedendo l’obbedienza verso di Essa, mediante apposite Leggi, specificative della Legge naturale e rivelata, promulgate da chi ha Autorità o Potere di Legiferare, di Giudicare chi non le osserva ed eventualmente di Punire chi le trasgredisce (Potere legislativo, giudiziario ed esecutivo).

Il Magistero o l’Insegnamento come oggetto o contenuto è stato ricevuto dai Dodici Apostoli con a capo Pietro, il “Principe degli Apostoli”, dalla bocca Gesù e poi Tramandato o Trasmesso (con la Tradizione apostolica) ai loro Discepoli e messo per Iscritto sotto divina Ispirazione (nella S. Scrittura).

Infine il Magistero come Ufficio di Insegnare è lo strumento di cui si servono i successori di Pietro e degli Apostoli cum Petro et sub Petro per interpretare e spiegare il vero significato della S. Scrittura e della Tradizione, la quale ultima, oltre che orale, può essere anche scritta, ma non sotto divina Ispirazione, come invece è per la S. Scrittura.

Anche il Magistero nel suo costante insegnamento costituisce un insieme di anelli di una catena vivente ed ininterrotta (p. 89), la quale, in questo caso di insegnamento costantemente ripetuto, è assistita infallibilmente (cfr. Pio IX, Lettera all’arcivescovo di Monaco, Tuas libenter, 1863).

La Chiesa non continua Cristo solo sacramentalmente mediante il Sacerdozio, dispensando la Grazia tramite i Sacramenti, ma Lo continua perpetuando ed approfondendo il Suo Insegnamento tramite il Magistero e la Sua Regalità tramite l’Imperium o Potere di Legiferare (p. 90), esercitando il Potere legislativo, esecutivo e giudiziario datole da Cristo “Maestro, Sacerdote e Re”.

Quindi la Chiesa ascolta la Verità divinamente Rivelata e la insegna sino alla  fine del mondo. Come Cristo, Essa (Atti, I, 8) è  inviata a “rendere testimonianza alla Verità” (Gv., XVIII, 37), ricevuta e ri-trasmessa continuamente (p. 90).

Il Magistero ecclesiastico come Ufficio insegna la Verità Rivelata divinamente, contenuta nella Tradizione e nella S. Scrittura, ne spiega ed interpreta l’esatto significato ed è munita del Potere di giudicare o discriminare la Verità dall’errore per promuovere la prima e condannare il secondo.

Infatti non si può promuovere la Verità senza condannare l’errore e siccome “le azioni sono dei soggetti” non vi è errore senza errante. Quindi per combattere efficacemente l’errore si deve poter condannare anche l’errante, affinché cessi di spargere la falsità attorno a sé e si possa eventualmente convertire. Per cui è lecito combattere l’errante in quanto errante, ma bisogna pregare per lui in quanto uomo suscettibile di ritornare alla Verità. Onde, strettamente parlando, la formula “combattere l’errore, ma amare l’errante” non è corretta.

Mons. Gherardini affronta la scottante questione dell’Infallibilità del Magistero (p. 91). Innanzi tutto solo Dio è assolutamente Infallibile per sua Natura. Egli è la Verità stessa sussistente che non può ingannarsi né ingannarci, come pure solo Dio è l’Essere stesso per essenza, mentre le  creature hanno l’essere per partecipazione, ossia lo ricevono da Dio, in maniera limitata e finita, proporzionata alla loro natura.

Analogamente il Magistero ecclesiastico è Infallibile[5] non per essenza ed assolutamente, ma per partecipazione; ossia la Chiesa (o il Papa) ha, partecipa o riceve l’Infallibilità da Dio a quattro determinate condizioni (se insegna come Maestra/o Universale, in materia di Fede e Morale, vuol definire ed infine vuole imporre a credere per la salvezza dell’anima).

L’infallibilità del Magistero (o il Magistero infallibilmente assistito affinché non cada in errore) è garantita da Dio Spirito Santo (p. 92), lo “Spirito di Verità” (Gv., XIV, 16),  Egli, dice Gesù ai suoi Apostoli, “vi introdurrà nella pienezza della Verità. […]. Egli Mi glorificherà, attingendo da Me ciò che comunicherà a voi” (Gv., XVI, 13-15).

Come si vede Gesù ha stabilito un legame strettissimo tra la Verità che lo Spirito Santo, il quale procede dal Padre e dal Figlio, dovrà comunicare e spiegare alla Chiesa e la Sua stessa Persona di Verbo Incarnato, la sua opera e il suo Insegnamento. Lo Spirito Santo è il “perfezionatore dell’opera della Redenzione iniziata da Cristo” (Leone XIII, Enciclica Divinum illud munus, 1897). Quindi non si può attribuire al Paraclito l’inizio di una Terza Era o Chiesa pneumatica, ma solo il perfezionamento della Nuova ed Eterna Alleanza della Chiesa petrina nata dal Sangue di Cristo.

Infatti l’oggetto dell’Insegnamento del Paraclito è lo stesso oggetto insegnato da Gesù: “Egli vi insegnerà e vi ricorderà tutte le cose che Io  vi ho detto” (Gv., XIV, 16), non altre, non nuove, non diverse. In tale pericope è inclusa la dottrina della immutabilità del Dogma, impugnata ereticamente dal Modernismo (p. 93). Infatti la  Verità che lo Spirito Paraclito spiega e fa capire appieno è la medesima che Gesù ha rivelato ai Dodici, con uno sviluppo omogeneo e non eterogeneo. Non è qualcosa di assolutamente nuovo quanto alla sostanza e non al modo di esprimerlo o di capirlo. Non è  neppure qualcosa che deve essere in sintonia con il mondo (“Stat Beata Crux dum volvitur Orbis”), che cambia continuamente, “sed Veritas Domini manet in aeternum”.

Lo Spirito di Verità non dice nulla di suo, non parla da se stesso, ma ricorderà alla Chiesa ciò che Gesù ha rivelato e ne svelerà il significato che era sfuggito agli Apostoli ancora imbevuti dei pregiudizi del Millenarismo e dell’Apocalittica giudaica.

Quindi il Magistero del Papa e della Chiesa deve soltanto riproporre e spiegare ciò che Cristo ha trasmesso alla  Chiesa, non deve esservi una Terza Rivelazione, come pensava Gioacchino da Fiore. Il ruolo del Paraclito è di confermare e spiegare le Verità rivelate da Cristo, nulla di più, nulla di meno.

Perciò l’oggetto primario dell’Infallibilità sono le Verità rivelate da Cristo e quelle a loro connesse sono l’oggetto secondario dell’Infallibilità.

Anche il Magistero (p. 89), come l’Apostolicità (p. 94), consiste in una «mai interrotta catena successoria collegata coi Dodici, i quali possono pertanto ripetere: “Noi siamo testimoni di queste cose, noi e lo Spirito Santo (Atti, V, 32)».

Gesù ha promesso l’assistenza nell’Insegnamento della Verità divinamente Rivelata ai Dodici Apostoli con a capo Pietro ed ai loro successori (i Vescovi ed il Papa). Perciò i Soggetti o Titolari del Magistero, nei quali si identifica la Chiesa docente, sono il Papa ed i Vescovi (p. 94), se il Papa vuole partecipare loro la sua Infallibilità, riunendoli straordinariamente o eccezionalmente in Concilio Ecumenico (Magistero Straordinario Universale), o interpellandoli sparsi nel mondo ciascuno nella sua Diocesi a pronunciarsi assieme a lui in maniera ordinaria, comune ed usuale (Magistero Ordinario Universale). Infatti i Vescovi da soli non sono infallibili.

Poi mons. Gherardini passa a spiegare la terminologia esaustiva che viene applicata al Magistero, per dissipare ogni equivoco che si è infiltrato nelle recenti discussioni (p. 95).

Magistero “autentico” è quello emesso dal Papa in quanto Papa o dai Vescovi che si pronunciano assieme e subordinatamente al Papa. Per esempio la “Vita di Gesù” scritta da Benedetto XVI non è Magistero autentico del Papa o vero Magistero Pontificio, poiché è un libro scritto da Joseph Ratzinger come dottore privato. Invece un’Enciclica è Magistero autentico ossia veramente Magistero del Papa.

Magistero “personale” è quello del Papa, non del Vescovo che da sé non è soggetto di Magistero, ma lo è solo se unito al Papa. Il Papa può espletare il suo Magistero personale in maniera solenne (Magistero Straordinario Pontificio, per esempio Pio IX che proclama il Dogma dell’Immacolata Concezione; Pio XII quello dell’Assunzione[6]), oppure in maniera comune ed usuale (Magistero Ordinario Pontificio). In quest’ultimo caso il Papa può impegnare l’Infallibilità qualora voglia definire e obbligare a credere (per esempio Pio IX nell’Enciclica Quanta cura, 8 dicembre 1864, ha concluso scrivendo di aver insegnato come Pastore Universale, in materia di Fede, di aver voluto definire e di aver voluto obbligare i fedeli ad  assentire a tale insegnamento; quindi tale Enciclica appartenente al Magistero Ordinario del Papa è stata assistita infallibilmente dallo Spirito Santo).

A pagina 96 mons. Gherardini spiega che il Magistero  del Concilio Ecumenico è Magistero autentico, ma non ipso facto infallibile se non vuole definire ed obbligare a credere. Ora durante e subito dopo il Concilio Vaticano II Paolo VI[7] ha dichiarato la volontà di non definire, quindi il Vaticano II non ha voluto essere infallibilmente assistito.

Il cardinal Pietro Palazzini scrive: “Una definizione dogmatica per vincolare come tale la Fede deve constare in modo certo e manifesto; di conseguenza una definizione dubbia è praticamente una definizione nulla” (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di teologia morale, Roma, Studium, voce “Magistero ecclesiastico”, IV ed. 1968, II vol., p. 937)

Perciò è lecito asserire che la dottrina del Vaticano II su La Libertà religiosa (Dignitatis humanae), su L’ecumenismo (Unitatis redintegratio e Nostra aetate), su La Collegialità (Lumen gentium) diverge dalla Tradizione apostolica (p. 99) e chiedere all’Autorità ecclesiastica di togliere questo equivoco mediante un pronunciamento dogmatico.

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Conclusione

La Conclusione è che non si può scambiare la Continuità proclamata con quella reale, “una dichiarazione priva di contenuto è un non senso” (p. 102). Cioè dire che il Vaticano II è in continuità con la Tradizione apostolica, quando la realtà è totalmente diversa, è una dichiarazione verbale senza contenuto reale e quindi un non-senso o “flatus vocis”.

Mi sembra di poter aggiungere alla luce del nuovo Pontificato di papa Francesco I (13 marzo 2013), posteriore alla stesura dell’articolo di mons. Gherardini, che si è passati dal Modernismo sostanziale, dottrinale e reale sotto apparenze di Conservatorismo liturgico di Benedetto XVI (2 aprile 2004 – 28 febbraio 2013), il quale rappresentava una discontinuità reale sotto una sembianza di continuità apparente e verbale, che poteva trarre in inganno  anche gli antimodernisti sinceri, alla rottura e discontinuità aperta e palese di papa Bergoglio, il quale è la “Discontinuità continuamente sussistente” sin dalle prime sue azioni ed affermazioni. Tutto è in rottura con il pre-concilio: pensieri, parole, opere ed omissioni.

Non tutti i mali vengono per nuocere; l’errore nascosto è più insidiosamente ingannatore di quello aperto ed esplicito. Ma “non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere” per cui gli pseudo-“tradizionalisti” anche con Francesco I potranno accordarsi “alla luce della Tradizione” & di “Lumen gentium” in barba al principio per sé noto di identità e non-contraddizione. Ma Gesù ci ammonisce: “il vostro parlare sia: ‘sì sì no no’, quel che è di più viene dal Maligno” (Mt., V, 37).

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d. Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2013/04/10/320/


[1] n.° 1 del 2013, Sul Magistero Ecclesiastico, pp. 87-102.

[2]Lo stesso si può dire, per esempio, quanto al termine “Transustanziazione”, nato soltanto nella controversia contro Berengario di Tours († 1088) e canonizzato dal Concilio di Trento (DB 884), che ha rimpiazzato definitivamente i termini “Transmutatio e Transformatio”. Però la realtà della Transustanziazione (come quella del Magistero) la si ritrova nei Vangeli quando Gesù parla dell’Istituzione dell’Eucarestia (Lc., XXII, 19; Mt., XXVI, 28). Quindi anch’essa è coeva a Cristo.

[3] Cfr. San Paolo 1 Cor., I, 17: “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad evangelizzare”.

Quando vengono degli aspiranti fedeli o “catecumeni” a chiedere i Sacramenti al Sacerdote, prima egli deve insegnar loro il Catechismo sui Misteri principali della Fede (i 12 Articoli del Credo), sul Decalogo (i 10 Comandamenti) e su quali sono i Mezzi soprannaturali per poterlo osservare (i 7 Sacramenti quale canale principale della Grazia e la preghiera quale canale secondario di Essa) e solo dopo, se hanno accettato la Fede e la Morale cristiana,  può conferire i Sacramenti. Infine se sono suoi parrocchiani egli esercita una certa Giurisdizione (che ha ricevuto dal Vescovo) su di loro guidandoli come Pastore verso il Paradiso, spronandoli all’osservanza della Legge divina, giudicandoli e correggendoli in questa materia.

[4] Gesù ci ha redenti esercitando la triplice Carica o Funzione di Maestro (Magisterium), Sacerdote (Sacerdotium) e Pastore o Re (Imperium), vedi Gv., XIV, 16: “Io sono la Verità, la Vita e la Via”. Verità in quanto Maestro che rivela i Misteri salvifici; Vita in quanto come Sacerdote ci ha ridato la Grazia o Vita soprannaturale; Via in quanto come Pastore o Re dirige e guida l’umanità in via ad Patriam, ossia verso il Paradiso (cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 39, a. 3).

[5] Cfr. Concilio Vaticano I, DB 1832-1839.

[6] Quando il Papa proclama in maniera solenne o straordinaria un Dogma significa ipso facto che vuol definire ed obbligare a credere per la salvezza eterna, quindi questo Magistero Straordinario Pontificio è per se stesso infallibile.

[7] Il 6 marzo del 1964, il 16 novembre del 1965 ed il 15 novembre 1966 (v. Gherardini p. 101).

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