L’Imperatore Giuliano detto l’Apostata

IMPERATORE GIULIANO DETTO APOSTATA

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L’IMPERATORE GIULIANO DETTO L’APOSTATA

Flavio Claudio Giuliano, detto l’Apostata, nacque nel 331 a Costantinopoli. Era figlio di un fratellastro di Costantino il Grande. Il padre di Giuliano, Giulio Costanzo, era figlio di Costanzo Cloro come pure lo era Costantino il Grande, ma per madre diversa. La madre di Giulio Costanzo fu Teodora, di Costantino fu madre S. Elena, la quale fu ripudiata dal marito dopo la sua elezione a Cesare. Naturalmente Costantino riversò tutto il suo affetto su sua madre, mentre lasciò in disparte la sua matrigna Teodora ed i figli di lei, tra cui Giulio Costanzo (padre di Giuliano, detto l’Apostata), Delmazio ed Annibaliano. Tra i tre fratelli estromessi da ogni carica politica ed i figli di Costantino rimase una certa rivalità, che covò a lungo sotto le ceneri, ma esplose quando nel 337 morì Costantino il Grande, il quale con la sua grande autorità e personalità fungeva da cemento anche nella famiglia.

Giulio Costanzo (padre di Giuliano detto l’Apostata) aveva sposato Galla; da questo matrimonio nacque nel 325 Gallo, nella Maremma toscana, il quale ebbe una larga parte nelle vicende che marcheranno profondamente il carattere del fratellastro minore Giuliano, nato dal secondo matrimonio di Giulio Costanzo con Basilina, dopo la morte di Galla, a Costantinopoli verso la fine del 331. Basilina morì quasi subito dopo.

Basilina era stata fatta educare nell’Arianesimo. Ella era parente di Eusebio vescovo di Nicomedia e poi di Costantinopoli, il gran patrono di Ario e consigliere di Costanza filo-ariana, la sorellastra di Costantino il Grande, che era filo-romano. Quindi Giuliano detto l’Apostata venne fatto educare da Costanzo nell’Arianesimo.

L’infanzia di Giuliano fu funestata dalla tragedia della strage dei suoi familiari nel 337, che traumatizzò il giovane Giuliano e lo orientò – vedremo poi meglio perché – all’odio verso il Cristianesimo (cfr. G. Ricciotti, L’Imperatore Giuliano l’Apostata, Milano, Mondadori, 1956, p. 10). Alla morte di Costantino il Grande, che era riuscito a mantenere la pace tra i suoi figli e figliastri, scoppiarono delle  violenze crudeli contro i fratellastri da parte dei figli eredi diretti di Costantino. Giuliano (Lettera al senato e al popolo ateniese, 270, C-D) ne incolpò Costanzo, il secondo figlio erede diretto di Costantino ed allora Imperatore dell’Asia. S. Atanasio e S. Girolamo seguono tale opinione (cfr. J. Bidez, L’empereur Julien. Oeuvres completes. Tomo I, parte I, Discours, Parigi, 1932; Id., Oeuvres completes. Oeuvres completes. Tomo I, parte II, Lettres et fragments, Parigi, 1924).

Tuttavia Eusebio da Cesarea (De vita Constantini, IV, 68) e S. Gregorio Nazianzeno (Oratio IV, 21) attribuiscono la decisione ai soldati imperiali, che volevano come Imperatori solo i tre eredi diretti di Costantino.

Giuseppe Ricciotti (op. cit., p. 13) si pone la stessa questione e risponde con il classico “cui prodest”, ossia la strage giovava specialmente a Costanzo Imperatore d’Asia. Tuttavia scamparono alla strage il dodicenne Gallo, che in quei giorni era gravemente ammalato e quasi moribondo per cui fu dato per spacciato e venne risparmiato. Mentre Giuliano, che aveva appena sei anni, venne nascosto all’interno di una chiesa e così venne salvato, ma perse ogni avere, che gli venne confiscato da Costanzo, il quale si “occupò” dei due orfanelli, soprattutto per sorvegliarli.

Essi vennero separati: Gallo fu inviato ad Efeso in Asia e Giuliano a Nicomedia vicino a Costantinopoli, ove venne educato dal vescovo ariano Eusebio da Nicomedia. Tuttavia il vero educatore di Giuliano fu Mardonio, che era stato maestro anche di Basilina. Mardonio lo istruì nella letteratura greca, specialmente nella conoscenza di Omero e lo introdusse allo studio di Platone ed Aristotele. È probabile che Mardonio fosse cristiano oppure un filosofo pagano naturalmente probo, e non un teurgo o idolatra politeista, che impartì insegnamenti letterari e morali naturalmente corretti a Giuliano. Nel 344 Giuliano fu trasferito a Macellum presso Cesarea di Cappadocia sino al 350, ove incontrò suo fratello Gallo, oramai quasi ventenne.

I due fratelli non si somigliavano affatto: Gallo era forte, bellicoso e poco propenso allo studio, Giuliano invece era molto incline agli studi e per nulla alle arti marziali. Sennonché Gallo, arrivato più tardi alla dignità di “Cesare”, abusò del suo potere, seguendo l’inclinazione del suo carattere troppo violento e venne messo a morte da Costanzo.
La vera filosofia che influenzò Giuliano non fu quella di Aristotele e Platone illustratagli per sommi capi da Mardonio, ma fu la teurgia caldaica o babilonese di Porfirio e soprattutto di Giamblico, alla quale fu “iniziato” dal teurgo neoplatonico Massimo d’Efeso.

Porfirio († 305) scrisse un’opera esplicitamente polemica contro la religione e la filosofia del Vangelo, intitolata Contro i Cristiani. Egli sistematizza ed estremizza l’ascetica plotiniana, già caratterizzata di per sé da uno spiritualismo esasperato: astinenza assoluta dalle carni, rinuncia al matrimonio per principio, esclusione dei divertimenti pubblici e privati, in quanto tutto ciò che è materia è intrinsecamente cattivo. Inoltre Porfirio, sviluppa l’apologetica del paganesimo, esaltandone la mitologia, i riti e le pratiche divinatorie e teurgiche; difende il politeismo (contro il monoteismo cristiano), mediante la dottrina neoplatonica (che ha corretto in peggio Platone) della molteplicità degli eoni o semidei che emanano dall’Uno (divinità impersonale ed immanente) nella natura e nel mondo (panteismo immanentista ed emanatista).

Giamblico († 330) fu scolaro di Porfirio, alla cui scuola si collega direttamente Giuliano detto l’Apostata. La sua importanza è quella di aver riproposto il paganesimo inquadrato in un sistema filosofico, di averlo sistematizzato, teorizzato; mentre prima di lui, i grandi filosofi dell’antichità classica (Platone e Aristotele) non avevano dimostrato nessuna simpatia per gli Dèi e i culti del pagano, ossia del villico contrapposto al filosofo classico. Con Giamblico il villano si fa filosofo e sistematizza la superstizione del pagus, cercando di darle una base ed un quadro filosofico. Egli è convinto assertore della teurgia caldaica o babilonese (magia demoniaca) e la presenta come l’arte tramite la quale l’uomo può unirsi ai demòni, eoni o semidei, per partecipare della loro potenza. Mentre per la filosofia classica antica (compreso Plotino), l’uomo può giungere alla Divinità con le sue forze naturali, e conoscerla ed amarla. Con Giamblico invece la situazione è ribaltata, la teurgia – non la ragione dell’antichità classica, né la grazia soprannaturale del Cristianesimo – sola può mettere in contatto l’uomo con le entità “superiori” o meglio idolatriche.

«In effetti, a partire da Giamblico, il neoplatonismo imboccò una nuova direzione […]. L’impostazione fortemente teoretica di Plotino si sarebbe esaurita, perché non corrispondeva più a tutte quelle esigenze che, con il diffondersi del Cristianesimo, la nuova epoca sentiva in maniera assai forte. Fu proprio la simbiosi tra la teoresi e l’arte magico-teurgica […] che garantì al neoplatonismo ancora una lunga sopravvivenza» (G. Reale, Introduzione a Proclo, Laterza, Bari, 1989, pagg. 59-60). Tali pratiche magiche «risalgono a Babilonia, esse consistono nel culto del sole  e del fuoco, la teurgia è ben diversa da filosofia o teologia, è una sapienza magica, atta ad evocare gli Dèi o demòni e a ricongiungere l’uomo con la “divinità”, Proclo risulta debitore di Giamblico per quanto riguarda la sostituzione della filosofia plotiniana con la magia caldaico-babilonese, in funzione anticristiana» (Ibidem, pag. 71).

Analogicamente Porfirio «avrebbe sfruttato i mezzi che gli erano offerti dal plotinismo, per dare una certa copertura intellettuale ai culti pagani che oramai lasciavano sempre più spazio alla religione cristiana. Porfirio sarebbe una sorta di apologista del paganesimo e non un filosofo in senso proprio. Il misticismo di Plotino gli offriva il mezzo per esaltare la vecchia religione pagana» (G. Girgenti, Introduzione a Porfirio, Laterza, Bari, 1997, p. 8). Porfirio, diversamente da Giamblico, dà più importanza alla contemplazione che alla magia.  «Porfirio, sacerdote pagano, che si pone come fine l’assimilazione di Dio attraverso la contemplazione naturale […] è riconosciuto dai Padri come il più insidioso dei nemici del Cristianesimo […] un “cane rabbioso che latra contro Cristo”» (Ibid., pp. 95-96). Secondo lui solo i deboli e gli ammalati hanno bisogno di Cristo. «S. Agostino attesta che Porfirio preferiva gli ebrei ai cristiani […] e riteneva giusta la sentenza di condanna a morte di Gesù» (Ibid., p. 103). Secondo Porfirio sono i cristiani che hanno divinizzato Gesù, il quale in realtà era solo un uomo: «egli distingue il Gesù storico dal Gesù mitico [o della fede, ndr]» (Ibid., p. 100).

Giuliano stesso scrisse un opera filosofico-religiosa intitolata Contro i Galilei (Katà Galilaìon) ad Antiochia tra il 362 e il 363 quando stava per partire in guerra contro i Persiani dopo la morte di Costanzo ed esser diventato Imperatore. Secondo Ricciotti i motivi che lo spinsero all’invasione dell’Impero persiano non furono soltanto politici ed espansionistici, ma anche religiosi. Egli si sentiva inviato dagli Dèi a ripaganizzare il mondo, ma il Cristianesimo aveva imputridito Roma, allora sarebbe stato opportuno trasferirsi in Oriente, in una terra atta a ricevere i misteri teurgici e di lì rinnovare il mondo.

Partendo contro il re della Persia, verso il 362, Giuliano fece un paragone tra l’assalto ai Parti e quello ai Galilei (cfr. S. Gregorio Nazianzeno, Orat. IV, 76), essi erano accomunati dall’origine non romana, non imperiale. Questo libro non ebbe una grande fortuna, scomparve da sé circa mezzo secolo dopo esser stato scritto. A noi son giunti dei frammenti che provengono da una confutazione dell’opera di Giuliano fatta da  S. Cirillo d’Alessandria nel 440 circa, quando alcuni pagani di Alessandria avevano rialzato la testa contro il Cristianesimo. Della confutazione di S. Cirillo, composta di 20 libri, ci sono pervenuti solo i primi 10 e degli altri abbiamo solo dei frammenti.

Giuliano si ispira sia a Celso (Discorso veritiero, 180 circa) che a Porfirio (Contro i Cristiani, 300 circa), ma più al primo che al secondo, forse perché Celso impiega più acredine di Porfirio, il quale è più raziocinante e critico. La tesi generica di Giuliano è  che il Cristianesimo non ha alcun aggancio con l’Ebraismo veterotestamentario, è solo il prodotto di una settarella di Ebrei deviati. Mentre il Dio degli Ebrei merita rispetto, quello dei Galilei no, infatti è soltanto il figlio di un falegname che si è fatto Dio.  L’opera di Giuliano manca di senso storico, mescola e sostituisce la storia sacra con la mitologia pagana, è denigratoria e non scientifica. Quasi subito dopo la morte di Giuliano (363) l’attualità del libro cominciò a scemare.

Secondo Ricciotti l’amore di Giuliano per Giamblico e Porfirio fu dovuto anche al fatto  che non avesse conosciuto il pensiero e le persone dei grandi vescovi cattolici ortodossi del suo tempo (S. Atanasio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Basilio, S. Giovanni Crisostomo …) e fosse entrato in contatto soltanto con l’Arianesimo e con il vescovo Eusebio di Nicomedia, che non era un valente teologo.

Ricciotti (Ib., p. 65) ci spiega che i rappresentanti dell’Arianesimo, generalmente, erano “freddi raziocinatori che si esaurivano nella speculazione astratta del Logos, ma non si preoccupavano della edificazione morale e religiosa del loro partito: ‘la salvezza dell’anima’, che tanto aveva preoccupato Porfirio e i neoplatonici (Giamblico e Proclo), per gli Ariani era una pura questione di terminologia teologica. Sempre in genere, i rappresentanti dell’Arianesimo erano studiosissimi nel procurarsi aderenze nella corte imperiale, ma la preoccupazione edificativa e pastorale nei confronti del loro gregge non appare quasi mai”. Giuliano, che cercava, sebbene a suo modo, la salvezza dell’anima o il progresso spirituale, si allontanò disilluso dal Cristianesimo ariano e si rifugiò nella teurgia di Giamblico alla scuola di Massimo di Efeso. La confusione tra Arianesimo e Cristianesimo gravò non solo su Giuliano adolescente, ma anche sul Giuliano oramai uomo maturo. Ciò lo portò alla condanna in blocco dei Galilei ossia dei non-Elleni (G. Ricciotti, cit., p. 66).

Ricciotti, citando S. Girolamo (Epistula ad Eustochium, 22), riconosce che anche in campo cattolico ortodosso, a fianco dei grandi Padri su citati, vi erano dei figuri più o meno loschi, soprattutto tra i chierici. Quindi Giuliano ha le attenuanti generiche e specifiche nel suo peccato oggettivamente gravissimo di apostasia.

Tutto ciò lo portò ad un grande disprezzo per il “Cristianesimo”, che il realtà era Arianesimo, il quale sembrava sfigurare di fronte alla filosofia neoplatonica di Porfirio, Giamblico e Proclo.

Quando la moglie di Costanzo morì, verso il 350, senza avergli dato figli, l’Imperatore pensò ai due fratelli Gallo e Giuliano relegati a Macellum, che gli erano cugini, per poter ricostruire la sua dinastia. Iniziò con Gallo, il maggiore, che allora aveva circa 25 anni e lo elesse “Cesare” nel 351 affidandogli l’Oriente. Gallo si trasferì a Costantinopoli, mentre Giuliano si trasferì secondo alcuni a Costantinopoli secondo altri a Nicomedia e si dette sempre più agli studi filosofici e teurgici, trascurando completamente ogni arte militare e pratica di governo.

Ricciotti (Ibid., p. 31) cita gli storici dell’epoca di Giuliano, i quali confessavano che molti sudditi di Roma avevano chinato il capo solo esteriormente alla conversione di Costantino il Grande mentre interiormente mantenevano viva la speranza di una restaurazione della religiosità politeistica pagana. Non si trattava solo di amore per la filosofia classica e la metafisica platonico-aristotelica, ma di idolatria teurgica. Giuliano (Cesari, 335 B) detestava la conversione di Costantino e riteneva che la sapienza degli Elleni avrebbe trionfato ben presto sul Cristianesimo. Tuttavia esteriormente Giuliano frequentava le adunanze cristiane o meglio ariane per non destare i sospetti dell’Imperatore Costanzo. A Nicomedia Giuliano (Misopogon, 354 C) si mise alla scuola di Libanio “caro ad Ermete”, ossia avverso al Cristianesimo e profondamente impregnato di teurgia politeistica ellenica.

Con l’adesione alla teurgia caldaica o babilonese il dramma psicologico dell’infanzia di Giuliano si acuì.  Le conseguenze del trauma infantile della strage dei suoi parenti si aggravarono più tardi, quando volle conoscere le cause e i mandanti di quell’orribile massacro. Si convinse che il vero responsabile fosse Costanzo e non i militari che desideravano come Imperatore un discendente diretto di Costantino. In Giuliano covò il desiderio di vendetta, che resa la piaga sempre più dolorosa.

Giuliano accomunò all’odio per la persona di Costanzo le sue caratteristiche e soprattutto la sua religione, che per lui era la cristiana, non facendo le dovute distinzioni tra Cattolicesimo romano e Arianesimo. Ricciotti scrive: “Giuliano si sentì spinto ad odiare il Cristianesimo, non per ragioni filosofiche, ma perché era la religione del suo sanguinario parente” (Ibidem, p. 57). Le ragioni filosofiche vennero dopo, quando Giuliano le cercò nella filosofia e teurgia di Giamblico, e da allora si sentì in relazione diretta con gli Dèi, che lo guidavano ed ammonivano durante tutto il corso della sua vita, e mosso da una missione divina di restaurare il paganesimo per esportarlo in tutto l’Orbe.

Suo fratello Gallo, vizioso e grossolano, era stato educato nell’arianesimo e quando venne a sapere che Giuliano propendeva in segreto  per il paganesimo e la sua restaurazione, intervenne per convincere Giuliano. Inviò Aezio di Antiochia, il più radicale degli Ariani, per allontanare Giuliano dal politeismo, ma Aezio, che non era molto valente in filosofia non solo non riuscì a convincere Giuliano, ma si lasciò ingannare da costui il quale riuscì bene a mascherare la vera portata della sua adesione interna al paganesimo e fece finta di essere ancora attaccato al Cristianesimo ariano.

Frattanto Gallo stava andando incontro alla sua rovina, che avrebbe comportato l’ascesa di Giuliano sino al soglio imperiale.  La sua condotta privata non era brillante, inoltre la sua crudeltà lo spingeva ai soprusi e ad un atteggiamento tirannico nell’amministrare la cosa pubblica. Il prefetto d’Oriente, Talassio, informava puntualmente Costanzo di tutto ciò e l’Imperatore cominciò a sospettare che Gallo complottasse per diventare Imperatore al suo posto; così nel 354 vicino a Pola Gallo fu arrestato e decapitato. Tale fatto non gravò su Giuliano, ma quest’ultimo ne restò turbato e rivisse il dramma del passato come qualcosa di ancora presente e capace di rovinare il suo futuro.

Giuliano venne trasferito prima a Milano, poi a Como e quindi ad Atene. Sennonché la seconda moglie di Costanzo, Eusebia, che non aveva figli, cominciò a mostrare attenzione e compassione per Giuliano e fece in modo di favorirlo.

Nel 355 Costanzo, spinto da sua moglie, elesse Giuliano “Cesare” e lo inviò a governare la Gallie. Giuliano aveva 24 anni e Costanzo, per legarlo ancor più a sé, gli dette in moglie sua sorella Elena. Essa morì quasi contemporaneamente ad Eusebia, nel 360, quando oramai maturava la ribellione di Giuliano, che si trovava nella Gallie, contro Costanzo che si trovava in Costantinopoli pronto a fronteggiare i Persiani.

Ad Atene Giuliano si sentì a suo agio nel pieno del clima ellenico e poté iniziarsi più profondamente ai riti misterici e teurgici babilonesi. Attorno a Giuliano si formò una specie di piccola società segreta, esoterica, la quale anelava la restaurazione dell’Ellenismo e la distruzione dei Galilei. Giuliano  gentile con tutti apriva il suo cuore solo a pochi. Esteriormente praticava il culto ariano, ma queste esigenze prudenziali esterne non cambiarono in nulla le sue convinzioni interne. Inoltre Giuliano venne iniziato ai misteri eleusini di origine pre-ellenica e a quelli di Mitra, divinità indo-iranica della luce. Dopo tre mesi di soggiorno ad Atene venne richiamato a Milano.

La situazione alla corte imperiale di Milano poteva essere sfavorevole a Giuliano, ma l’imperatrice Eusebia vegliava su di lui e la rese a lui favorevolissima.

Costanzo e l’Impero si sentivano  minacciati ad Oriente dai Persiani, mentre i Galli premevano sul confine con l’Italia. Giuliano viaggiando da Atene verso Milano temeva di incappare nelle ire di Costanzo, ignorando quanto Eusebia si fosse prodigata in suo favore. Infatti non appena giunto in Milano Giuliano fu eletto “Cesare” il 6 novembre del 355. Tutto ciò rafforzò la convinzione di Giuliano (Lettera al senato e al popolo ateniese, 277 A) di essere “eletto” e protetto dagli Dèi per restaurare l’antico culto politeistico.

Subito dopo la cerimonia di investitura e prima che partisse per le Gallie a frenare i barbari che premevano verso le Alpi, Giuliano sposò Elena, sorella di Costanzo. Giuliano, perciò, fu ammesso ad abitare a corte, ma assieme all’onore ciò rappresentava un limite alla libertà del culto politeistico di Giuliano, che si circondò di una piccolissima conventicola di iniziati e pubblicamente continuò a frequentare il culto cristiano-ariano.

I barbari avevano, frattanto, espugnato e distrutto Colonia, città principale della Germania Seconda. Giuliano (Lettera al senato e al popolo ateniese, 277 D) il 1° dicembre del 355 (Ammiano Marcellino, Rerum Gestarum, XV, 8, 18) fu inviato nelle Gallie da Costanzo, non a liberarle, ma solo come una specie di fantoccio, rivestito di porpora cesàrea, diretto militarmente dai generali di Costanzo. Infatti Giuliano aveva maneggiato soltanto libri e non conosceva l’arte marziale. Quindi non lo si riteneva atto a guerreggiare, né tanto meno a condurre un esercito.

Ma Giuliano che era un ottimo osservatore anche di se stesso e vedeva i suoi difetti si mise al lavoro per colmarli. Oramai era un “Cesare” e come tale doveva agire. Quindi si addestrò alla vita militare e divenne un ottimo soldato e stratega. La personalità di Giuliano, naturalmente parlando, non può non destare ammirazione: “ateniese” e “spartano”, sobrio, dedito alla virtù naturale, agli studi come alla vita militare. Purtroppo la sventurata tragedia giovanile, la figura odiosa di Costanzo, che praticava il Cristianesimo ariano e lo aveva fatto insegnare anche al giovane Giuliano, la mancanza di una vera conoscenza del Cattolicesimo romano e quindi l’attaccamento alla teurgia, portarono Giuliano all’apostasia e alla rovina, ma ciò non toglie nulla agli aspetti naturalmente positivi ed eccellenti della sua vita. Certamente non si può approvare il suo neo-paganesimo religioso, ma neppure demonizzare come “male assoluto” tutta la sua vita naturale in ogni dettaglio.

La campagna delle Gallie ci mostra la valenza strategica di Giuliano, che fu il vero Generalissimo oltre che il “Cesare” rivestito di porpora, ma dalla zucca vuota, come avrebbero voluto Costanzo ed i suoi generali. Giuliano dovette combattere non solo contro i barbari, ma anche contro i suoi stessi generali, che cercavano di mettergli i bastoni tra le ruote ed impedirgli di dirigere la guerra personalmente. Giuliano vinse gli uni e gli altri. E si sa come la battaglia contro i nemici interni sia più difficile da vincere di quella contro il nemico esterno e palese. La campagna delle Gallie culminò nella espugnazione di Strasburgo (357) e si protrasse sino a tutto il 359. Giuliano si coprì di gloria sia come soldato, sempre in rima linea, sia come stratega. Tutto ciò gli attirò la simpatia dei soldati e la gelosia dei generali e soprattutto di Costanzo, sempre sospettoso nei confronti di Giuliano. Di qui il rinascente e crescente rancore di Giuliano contro Costanzo e la sua religione scambiata per il Cristianesimo ortodosso o romano, mentre non era che un’eresia giudaizzante la quale negava la divinità di Gesù Cristo e quindi del Cristianesimo non conservava quasi nulla.

Giuliano, tuttavia, era convintissimo di essere un “eletto” dagli Dèi (Misopogon, 36 D), e questa fu la sua rovina. Infatti intraprese la campagna contro Costanzo certo della vittoria e persino la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, i cui lavori invece furono inghiottiti dalle fiamme che uscirono dalla terra sottostante, sicuro della riuscita delle due imprese, che invece fallirono entrambe.

Riconquistata la Gallia, Giuliano si stabilì a Parigi ove si dette privatamente al culto di Mercurio. La probità dei suoi costumi era riconosciuta da tutti, dormiva in camere non riscaldate, si dava alla ascesi mistica teurgica con serietà. Purtroppo correva bene ma verso una direzione sbagliata.

L’abate Ricciotti si chiede: “Qual era il comportamento di Giuliano riguardo il Cristianesimo?” (cit., p. 163) Il suo distacco interiore  da esso era totale già a partire dai 15-18 anni circa, ma la pratica esterna continuava. Essa cesserà solo quando Giuliano si sentirà al sicuro da Costanzo.

Ad uno sguardo superficiale  i rapporti tra Costanzo e Giuliano sembravano ancora normali sino all’inizio del 359, ma il fuoco covava sotto la cenere da ambo le parti. Frattanto erano morte sia Eusebia, la moglie di Costanzo e protettrice di Giuliano, sia Elena, la sorella di Costanzo e moglie di Giuliano. Costanzo si trovava impelagato con la Persia, che non aveva mai rinunciato al tentativo di riconquistare i suoi territori occupati da Roma ai tempi di Diocleziano (284-305 d. C.). Tuttavia sia il Re persiano Sapore che l’Imperatore romano Costanzo temporeggiavano e non attaccavano battaglia. I due Imperi colossali dell’epoca (Roma e Persia) cercavano prima di liberarsi da grattacapi secondari interni o di prossima frontiera per fare poi i conti tra loro e in maniera definitiva.

Quando iniziarono a studiarsi per saggiare le loro rispettive capacità e difficoltà reali, il Re persiano – avendo intuito  una certa relativa debolezza presso Costanzo – chiese a Roma di abbandonare le terre conquistate da Diocleziano circa cinquanta anni prima, soprattutto l’Armenia e la Mesopotamia. D’altro canto anche Roma aveva intuito le debolezze dell’Impero persiano. Tuttavia Sapore non indietreggiò dal suo proposito di riavere le terre perse. Allora Costanzo, sconfessando implicitamente le trattative condotte sottobanco sino ad allora,  rispose risolutamente di non voler nessuna pace con il Re persiano ma di esser pronto ad attaccar guerra.

Tuttavia il primo ad attaccare fu proprio Sapore, che con un esercito di 100 mila uomini armati di tutto punto si avanzò verso il territorio romano.  I Romani si posero sulla difensiva lungo il fiume Eufrate e si venne alla guerra attorno alla città di Amida nella quale si erano rifugiate le truppe romane, forti di sette legioni. Sapore per oltre due mesi cercò di espugnare la città, ma dovette perdere trenta mila uomini per riuscirvi il 6 ottobre del 359. Lo storico romano Ammiano Marcellino (Rerum Gestarum, XVIII, 7, 4), contemporaneo di Giuliano essendo vissuto tra il 330 e il 400 circa, racconta  l’assedio e l’espugnazione della città. Tuttavia la vittoria di Sapore fu una “vittoria di Pirro”, poiché a causa delle enormi perdite subite e dei disordini interni al suo Impero dovette tornare nei suoi territori, con l’intenzione di ricominciare la lotta l’anno successivo.

Costanzo capì che non poteva restare ad aspettare e cominciò a fortificare la frontiera dell’Eufrate e a raccogliere truppe numerose e soprattutto esperte. Egli si trasferì in Tracia ai confini con la Persia, pronto ad affrontare Sapore. Infatti le Gallie si potevano considerare tranquille e domate da Giuliano, ma proprio Giuliano preoccupava, e giustamente, Costanzo che non aveva mai cessato di diffidare di lui. Inoltre Giuliano oramai appariva come il vero ed unico salvatore e restauratore della Gallie e ciò rendeva Costanzo sempre più ombroso (Ammiano, Rer. Gest., XX, 4, 3).

Costanzo chiese allora a Giuliano di inviargli delle truppe scelte dalle Gallie per assaltare i Persiani e rendere più debole Giuliano stesso.

Naturalmente Giuliano (Lettera al senato e al popolo ateniese, 282 C ss.), sempre più convinto della sua “missione divina”, era restio a perdere la metà del suo esercito e per di più la parte più valorosa. Di qui si venne pian piano ai ferri corti (Ammiano, Rer. Gest., XX, 4, 2).

Giuliano giocò d’astuzia ed esortò pubblicamente i suoi soldati a partire dalle Gallie alla volta della Persia, ma lo fece in maniera talmente “paterna” da suscitare non solo un forte attaccamento a lui stesso delle truppe romane dislocate in territorio gallico, ma anche una forte ritrosia alla partenza verso l’Oriente. Questo stato d’animo portò i soldati e gli ufficiali romani in Gallia ad acclamare Giuliano loro Imperatore (Ammiano, Rer. Gest., XX, 4, 14 ss.). Giuliano si vide costretto ad accettare (Lettera al senato …, 285). La potenziale rottura tra Costanzo e Giuliano passò così all’atto.

Giuliano non era spinto solo dall’ambizione umana, ma “aveva la convinzione mistica di essere stato prescelto dagli Dèi per restaurare il culto idolatrico. […]. Quindi aveva l’obbligo di combattere la buona battaglia. Bisognava dunque agire con energia” (G. Ricciotti, cit., p. 183).

Giuliano aveva passato il suo Rubicone e prima di passare alle armi contro Costanzo iniziò a fare con calma i suoi conti esaminando il pro e il contro della situazione che si era creata tra lui e Costanzo. Scrisse, così, una missiva all’Imperatore, che Ammiano riassume nelle sue Rerum Gestarum (XX, 8, 5-17).  La lettera era deferente e rispettosa e mira a raggiungere un accordo pacifico. Tuttavia Ammiano (Rer. Gest., XX, 8, 18) riferisce che Giuliano aggiunse una seconda privata lettera piena di contumelie. Ricciotti dà credito al racconto di Ammiano e reputa che queste due missive rispecchiano in pieno la personalità di Giuliano, il pubblico e l’esoterico. Nella prima parla lo statista, nella seconda l’uomo privato che era stato reso orfano, perseguitato per tanti anni e che sfoga il suo rancore a lungo represso.
Costanzo ne fu molto irritato, ma, siccome i Persiani premevano da Oriente e Giuliano era ancora nel più lontano Occidente, l’Imperatore volle cominciare col nemico più vicino. L’anno 360 fu pieno di tentativi di mediazione diplomatica tra i due cugini.
Il 361 fu l’anno fatale. Ammiano narra che Giuliano studiò di intraprendere una “guerra lampo” e di disorientamento – attaccando su tre fronti diversi – e si diresse verso la Persia per attaccar battaglia (Rer. Gest., XXI, 5, 13).

Costanzo si era trasferito da Antiochia ad Edessa per fronteggiare più da vicino il pericolo persiano che secondo lui era più grave di quello di Giuliano e poi era dovuto ritornare verso Costantinopoli per affrontare Giuliano che avanzava dalle Gallie, quando morì inaspettatamente a soli 44 anni. A Tarso, la città natale di S. Paolo, fu preso da una febbre leggera, che il giorno dopo divenne altissima. Lo si battezzò sul letto di morte, come suo padre Costantino il Grande, dal Vescovo ariano Euozio di Antiochia. Costanzo morì il 3 novembre 361, dopo una lunga agonia (Ammiano, Rer. Gest., XXI, 15, 2). Giuliano divenne formalmente l’unico Imperatore e si trasferì a Costantinopoli.

Ciò che dette la vittoria a Giuliano fu proprio la morte improvvisa di Costanzo, poiché la spedizione contro l’imperatore Costanzo dopo un inizio fortunato si era messa molto male per Giuliano e volgeva verso la disfatta.

Sulle prime le voci della morte di Costanzo non sortirono alcun effetto poiché vennero reputate false, ma poi la verità fu palese e sortì un effetto benefico per le truppe di Giuliano e catastrofico per quelle di Costanzo.

Immediatamente Giuliano si mise, questa volta pubblicamente, al lavoro per restaurare il politeismo idolatrico, che versava in piena decadenza già ai tempi di Costantino. Giuliano manifestò apertamente il suo fervore teurgico e politeistico, che sino ad allora aveva nascosto, e concesse non solo la piena libertà al culto pagano, che era stata negata da Costanzo, ma stabilì di riaprire e restaurare i templi. Nello stesso tempo non perseguitò apertamente e positivamente il Cristianesimo, si limitò a non favorirlo sperando di ridurlo ai minimi termini.

I templi pagani che erano stati convertiti in chiese dovettero ritornare al paganesimo, quelli abbattuti dovettero essere ricostruiti, ma senza persecuzione verso i nuovi proprietari. Tuttavia le masse pagane e cristiane si attaccarono tra di loro, soprattutto in Oriente dove il Cristianesimo aveva attecchito più che in Europa. Vi furono anche casi di persecuzione dissimulata contro i Cristiani, che Giuliano seppe condurre molto sagacemente e prudentemente, senza apparire apertamente e direttamente.

Il fervore idolatrico di Giuliano si trovò rafforzato da queste circostanze, lette da lui come una benedizione degli Dèi, tra i quali primeggiavano Helios (Sole) e Mithra (Luce). Egli, tuttavia, dovette constatare come fosse decaduta la religiosità politeistica pagana e cercò di porvi rimedio soprattutto con la formazione di un Sacerdozio più idoneo (Misopogon, 361 D), ma sia i laici che i sacerdoti pagani erano oramai molto raffreddati nell’ardore teurgico, che era sopravvissuto solo in qualche iniziato come Porfirio, Giamblico, Giuliano e Proclo.
Giuliano ne provò un vivo ed acerbo dolore, mentre i pagani risposero con un vago sorriso di scetticismo e noncuranza. Infatti i templi si riaprivano con  difficoltà e quando ricominciavano a funzionare erano molto poco frequentati. I sacerdoti pagani, nonostante gli sforzi di Giuliano, erano e restavano pigri e svogliati e si beffavano loro stessi dello zelo di Giuliano.

Egli cercò di allontanare i Cristiani dall’insegnamento, dalle scuole e dagli impieghi pubblici, senza arrivare, tranne casi eccezionali, al diretto spargimento del sangue dei Cristiani.
Uno dei fatti più inquietanti ed assieme più significativi dell’attività imperiale di Giuliano fu il tentativo di ricostruire il Tempio di Gerusalemme distrutto da Tito nel 70. Infatti secondo lui subito dopo la religione degli Elleni veniva quella degli Ebrei e all’ultimo posto si trovava quella cristiana o dei Galilei (Giuliano, Contro i Galilei, 115 D). Ora la ricostruzione del Tempio di Erode avrebbe smentito la profezia del Galileo Gesù di Nazareth e il Sommo Sacerdote degli Elleni (Giuliano) avrebbe sconfitto il Dio dei Galilei suo stesso terreno (il Vangelo di Matteo, XXIV, 2 ss.). Nell’articolo su Giuseppe Flavio abbiamo visto, invece,  come la natura stessa avesse sconfitto Giuliano ed avesse inghiottito nelle sue viscere e nel fuoco i primi elementi della ricostruzione del Tempio. Dopo questo scacco Giuliano fece buon viso a cattiva sorte e in uno scritto del 363 (cfr. J. Bidez, 89 b) egli allude al fallimento dell’impresa, ma si ostina a trarne conclusioni favorevoli al culto pagano, prendendosela con i Profeti dell’Antico Testamento, che avevano inveito contro l’idolatria politeistica e non avevano potuto rivedere il loro Tempio ricostruito, certamente più nobile dei Galilei ma ben inferiore agli Dèi pagani.

Tuttavia restava in sospeso la guerra iniziata da Costanzo contro i Persiani. Il Re persiano Sapore cercò di trattare con  Giuliano, ma, questi sicuro di essere protetto dagli Dèi, non accettò il compromesso. Oramai nella primavera del 363 la macchina di guerra era ultimata di tutto punto. L’esercito si mosse da Antiochia il 5 marzo del 363, raggiunse l’Eufrate ove era sita la flotta romana composta di mille navi onerarie cariche di provviste, armi e macchine da guerra, oltre a cinquanta altre navi da guerra e altri cinquanta natanti per fabbricare ponti (Ammiano, Rer. Gest., XXIII, 3, 1).

Questo esercito enorme ed armatissimo si dirigeva verso Ctesifonte, la capitale della Persia, la stessa meta che aveva perseguito e raggiunto Traiano nel campagna contro la Persia del 116. Giuliano intraprese una manovra a tenaglia: dall’Eufrate capeggiata da Giuliano in persona e dal Tigri capitanata da Procopio e composta da 30 mila uomini. Giuliano simulò un’azione  diversiva la quale facesse ritenere ai Persiani che l’attacco principale venisse proprio dal Tigri, mentre lui lo avrebbe sferrato dall’Eufrate (Ammiano, Rer. Gest., XXXI, 3, 5; Ibid., XXXIII, 3, 6).

La vera guerra iniziò quando l’esercito romano giunse a tre giorni di marcia da Ctesifonte, il cui accesso era sbarrato da due città ben fortificate: Pirisabora e Maogamalcha. I Romani attaccarono Pirisibora con arieti da demolizione, che non furono sufficienti a distruggere le sue mura fabbricate saldamente con mattoni intrisi di bitume. Allora i genieri romani costruirono in poco tempo una elepoli, cioè un ariete enorme protetto da torri gigantesche. Alla vista di tale macchina gli assediati capirono che non c’era più nulla da fare e chiesero di potersi arrendere. Il comandante della città, Mamerside, scese dalle mura a parlare con Giuliano, che promise la vita salva a tutti i difensori che si fossero arresi. Allora si aprirono le porte ed uscirono tutti e 2. 500 abitanti di Pirisabora. Giuliano mantenne la parola data, si impadronì delle armi e delle vettovaglie che si trovavano dentro le mura e poi fece appiccare il fuoco alla fortezza espugnata.

Finalmente i Romani raggiunsero  Maogamalcha. Allora Giuliano si servì di legionari minatori, che scavarono un tunnel sotterraneo, senza farsi scorgere e giunsero di notte sotto il centro della città dopo due giorni di lavoro intenso e penetrarono in essa. Nel medesimo tempo i legionari, che cingevano d’assedio  Maogamalcha, vennero svegliati dalle trombe e corsero all’assalto delle mura verso l’entrata della galleria. La città fu invasa e gli abitanti vennero massacrati, fu risparmiato solo il comandante Nabdate e ottanta soldati del presidio. Oramai la via verso Ctesifonte era libera da ogni sbarramento.

Giuliano stava di fronte a Ctesifonte, ma l’espugnazione della città era praticamente impossibile, poiché i Re persiani, dopo le invasioni romane di Traiano e Diocleziano, avevano rafforzato la loro capitale in maniera potentissima. Inoltre Sapore oramai aveva capito da quale parte avrebbe attaccato l’esercito romano e si diresse verso l’Eufrate a capo del suo potentissimo esercito.

I viveri dei Romani cominciavano a scarseggiare, la temperatura diveniva vieppiù soffocante, le mosche e le zanzare non davano tregua ai legionari, era inevitabile trasferirsi, ma non tornare indietro.

Giuliano ne faceva un punto d’onore. Quindi decise di andare al di là del Tigri ed avanzare in terra persiana. Però per far ciò bisognava distruggere la flotta perché la corrente del Tigri, che era fortissima, andava al contrario dell’itinerario che avrebbe dovuto intraprendere l’esercito romano. Giuliano dette ordine di incendiare le navi e di risalire lungo il Tigri nel cuore della Persia (Ammiano, Rer. Gest., XXIV, 7, 4; Ibid., XXIV, 8, 4).
Ma i Persiani facevano terra bruciata attorno ai Romani che avanzavano. Infine il 16 giugno del 363 l’armata di Sapore avanzò verso l’esercito romano. I Romani non si smarrirono e si approntarono alla battaglia frontale in campo aperto, ma Sapore usò la tattica della guerriglia con continui piccoli assalti di cavalleria. “Giuliano si prodigava in maniera ammirevole, specialmente con l’esempio personale di un’austerità insuperabile” (G. Ricciotti, cit., p. 317).

Poco dopo, in una località chiamata Maranga, si presentò l’occasione di una battaglia campale. L’esercito persiano era imponentemente schierato con tanto di cavalleria ed elefanti. I Romani inizialmente rimasero senza fiato, ma esortati da Giuliano e disposti a semicerchio con le due estremità rivolte verso il nemico, tutti assieme si precipitarono all’assalto dei Persiani e penetrarono tra le file nemiche impegnati in un furibondo corpo a corpo. I Persiani cominciavano a retrocedere. Le loro perdite furono ingenti, mentre quelle dei romani minime, “certamente fu una bella vittoria per i Romani, ma con poco effetto sull’andamento della guerra; anzi i Persiani capirono che non bisognava più attaccare frontalmente in campo aperto ed in massa, ma che occorreva continuare con la guerriglia” (G. Ricciotti, cit., p. 318).

Giuliano cominciò a risentire la fatica di tanti sforzi fisici e, nonostante la sua forza di volontà, il suo fisico non rispondeva più. Il 26 giugno l’esercito romano riprese la marcia, ma i Persiani lo seguivano da lontano e da posti sopraelevati, sempre pronti ad piccoli e frequenti attacchi al momento opportuno seguiti da rapidissime ritirate.

Quel giorno i Persiani attaccarono sia la retroguardia che l’avanguardia romana ed infine il centro dal lato sinistro fu assalito da elefanti e dalla cavalleria corrazzata. Giuliano si era tolta la corazza, dato il calore e le sua spossatezza. Egli senza rivestirsi di essa, afferrato uno scudo, corse verso i punti più minacciati, riordinando le file romane e rincorrendo i Persiani.
“Ma ad un certo punto, un’asta lanciata dalla cavalleria nemica, lacerata la pelle del suo braccio e  forato il suo costato, gli si conficcò nel profondo del fegato. Giuliano tentò di estrarla con la mano destra, ma la di lei lama a doppio taglio gli recise i tendini delle dita. Cadde a terra e venne portato nell’accampamento e affidato alle cure mediche” (Ammiano, Rer. Gest., XXV, 3, 6). Ne seguì un’emorragia copiosa, un collasso e poi la morte. Era il 27 giugno del 363, Giuliano aveva soltanto 32 anni ed era stato Imperatore per un anno e otto mesi.

Alcuni storici cristiani narrano che Giuliano abbia esclamato prima di morire: “Galileo, hai vinto!” (Teodoreto, Historia eccelsiastica, III, 25; Sozomeno, Hist. eccl., VI, 2). Mentre per altri storici (v. Filostorgio, Historia ecclesiatica,VII, 15) Giuliano inveì contro il suo “dio” Helios, accusandolo di averlo abbandonato: “Helios, mi hai rovinato!”.

Con la morte di Giuliano  crollò in un sol colpo la torre della restaurazione del paganesimo politeistico che aveva iniziato a ricostruire da appena 20 mesi. Essa, infatti, non poggiava sulla roccia ma solo su Giuliano e su una massa non convinta di pagani di fatto e non di principio, tranne qualche caso isolato (Porfirio, Giamblico e Proclo). I Romani dovettero abbandonare la Mesopotamia, l’Armenia e l’oltre Tigri. Giuliano fu sepolto, come Costanzo,  a Tarso la città natale di S. Paolo.

Il giudizio storico, non teologico, conclusivo sulla figura di Giuliano è ben riassunto dall’abate Giuseppe Ricciotti: “Nessuno oggi penserebbe di chiamare in causa Giuliano per la sua apostasia; questa […] fu in gran parte provocata dalle vicende familiari. […]. Ciò che legittimamente si può contestare a Giuliano dal punto di vista storico è di essere stato un ritardatario, un nostalgico di tempi passati. Se si vuole, egli sarà stato il cavaliere di un ideale, quello di far risorgere il paganesimo; ma ogni ideale deve avere un serio collegamento con la realtà contemporanea, altrimenti si avrà un anacronismo e il  cavaliere farà la figura di don Chisciotte. […]. Costantino il Grande, sebbene non avesse la cultura di Giuliano, non commise un anacronismo di tal genere. Ma lo zelo idolatrico di Giuliano aveva motivi tutti personali. Di natura misticheggiante, egli aveva trovato il suo pieno appagamento spirituale nella teurgia di Massimo di Efeso; in quella mescolanza di magia, spiritismo ed occultismo, organizzata in società segreta, egli si sentiva a suo agio avendovi trovato la spiegazione di tutti i misteri dell’universo visibile e invisibile; almeno a lui così sembrava. Il suo fervore di iniziato lo fece diventare missionario […], alla fine diventò un intollerante fanatico. […]. L’impresa di Giuliano fu un naufragio avvenuto improvvisamente quando egli si credeva sull’ingresso del porto” (cit., pp. 325-326).

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d. Curzio Nitoglia

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2013/01/17/684/

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