L’Arte di Utilizzare le Proprie Colpe

Immacolata Rifugio dei Peccatori-don curzio nitoglia - davoli

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L’ARTE DI UTILIZZARE LE PROPRIE COLPE

“Detestiamo il peccato in quanto offesa fatta a Dio, e non in quanto attentato alla stima esagerata che abbiamo della nostra persona. È necessario perciò odiare le nostre colpe in quanto offendono Dio, ma accettarle con serenità in quanto ci fan toccare con mano il nostro nulla”.

Introduzione

È stato ristampato un prezioso libricino, di padre Joséph Tissot, L’arte di trarre profitto dai nostri peccati, ed. Grafite, Napoli  1999, che spiega come utilizzare le nostre miserie, per arrivare alla santità, alla luce dell’insegnamento di S. Francesco di Sales. Ne proponiamo qui in breve i passaggi più importanti.

Non turbarsi davanti alle proprie colpe

Il peccato ha una malizia infinita, poiché offende una Persona infinita: Dio. Esso è l’unico vero male, che solo può mandarci all’inferno. Perciò dobbiamo cercare, con l’aiuto della grazia divina, di non commetterlo, ma la vita spirituale è lunga, lenta e non priva di aspre lotte e certe volte anche di cadute, anche per i santi (per esempio David, S. Pietro, S. Maria Maddalena).

 Dopo il peccato, il male più grave è il turbamento dell’anima che ci impedisce di avere un rapporto di amore filiale o di amicizia con Dio, che ci ha creati per la felicità perfetta del Paradiso, e vuole che viviamo serenamente, in pace e con grande fiducia, il nostro cammino spirituale, malgrado gli ostacoli o le cadute.

 Dio non vuole vederci turbati, in continua pena, affannati per i nostri difetti; tutto ciò ci renderebbe insopportabile la vita spirituale, ci porterebbe allo scoraggiamento e a ‘gettare la spugna’, mentre la vita spirituale deve darci la tranquillità d’animo, anche in mezzo alle tempeste.

 Lasciarsi inquietare dalle proprie cadute rappresenta perciò l’inganno più astuto che il diavolo, il mondo o il nostro orgoglio e

amor proprio, ci possano tendere. S. Francesco di Sales diceva: «Turbarsi, scoraggiarsi, quando si è caduti in peccato, significa non conoscere se stessi».

 Questo non significa che dobbiamo restare indifferenti davanti alle nostre colpe; no, anzi dobbiamo detestarle in quanto offesa a Dio. S. Paolo nella sua epistola ai Romani scrive: “Cosa diremo? Continuiamo a restare nel peccato perché abbondi la grazia? È assurdo! O forse dobbiamo commettere peccati perché non siamo più sotto l’antica legge, ma sotto la grazia di Cristo? Non sia mai!”.

 Spesso dopo una caduta ci si rattrista non tanto per l’offesa recata a Dio, quanto perché vediamo che siamo ancora deboli, fragili e questo ci infastidisce e ci umilia. Di qui nasce lo scoraggiamento: invece di accettare l’umiliazione per rialzarci più ferventi, umili e prudenti, rischiamo o di vivere negativamente la vita spirituale e di pensare più alla nostra fragilità che all’offesa recata a Dio, oppure di negare che il peccato sia un male, giustificandoci: “l’uomo non ha il libero arbitrio, quindi non sono io che pecco ma Dio pecca in me” (Lutero).

 Altre volte l’uomo cerca di far passare la melma del peccato per oro zecchino: “Mediante la trasgressione dei comandamenti il superuomo si auto-divinizza, egli è al di là del bene e del male, ciò che per il volgo è peccato per l’iniziato è auto-divinizzazione” (Nietzsche, Evola ed esoteristi vari).

 Il vero cristiano, invece, imita il buon contadino, che quando vede le erbacce nel suo orto non si meraviglia, non si deprime ma armato di zappa le sradica. Perciò due cose sono necessarie a chi vuole percorrere l’itinerario della perfezione spirituale: 1°) rassegnarsi a vedere crescere cattive erbe nel nostro giardino; 2°) armarsi di coraggio sereno e fiducioso e sradicarle con buona lena.

 “Scrupoli e malinconia fuori di casa mia!” diceva don Bosco. Infatti non vi è cosa tanto funesta per il progresso spirituale che l’orgogliosa sorpresa nel constatare i propri limiti e le proprie deficienze, che porta allo scoraggiamento triste e malinconico e all’assuefazione letale.

 Questa attitudine sbagliata si manifesta pressappoco così: dopo una caduta, appare il torbido; anche se ci si confessa si continua ad osservarsi, ad esaminarsi ansiosamente, a voler cancellare più perfettamente e profondamente di quanto abbia fatto la grazia divina, le cicatrici e le reliquie del peccato. Si diventa impazienti e indispettiti con se stessi, in breve si perde la pace che è un frutto dello Spirito Santo; eppure “non v’è nulla che conservi tanto i difetti, come l’inquietudine e la fretta di toglierli” (S. Franceso di Sales).

 Certo bisogna detestare le proprie colpe, ma con un pentimento tranquillo, solido, coraggioso, calmo, e mai inquieto, turbato, indispettito e scoraggiato.

 La falsa umiltà

 La causa del turbamento dell’anima è da ricercarsi nell’amor proprio ferito, e nella ricerca di se stessi anche nella vita spirituale

(orgoglio spirituale). Infatti ci turbiamo perché non siamo ancora perfetti. Quindi non detestiamo il peccato in quanto offesa fatta a Dio, ma in quanto attentato alla stima esagerata che abbiamo della nostra persona.

 La nostra salvezza ha due nemici principali: 1°) la presunzione, quando si è innocenti; 2°) la disperazione, dopo la caduta. Bisogna dunque che ci convinciamo che ciò che può perderci, più che il peccato confessato è l’abbattimento, la sfiducia. Se riusciremo a non cadere in queste sabbie mobili, andremo di gran carriera verso la nostra santificazione.

 Se osserviamo coloro che apprendono a sciare, vediamo che lo fanno grazie a innumerevoli capitomboli, ma non per questo si scoraggiano, anzi provando e riprovando, tra uno scivolone e l’altro, cominciano pian piano a sciare su una lieve pendio e solo dopo aver “toccato il suolo” parecchie volte, potranno lanciarsi a tutta velocità su una pista ripida.

 È necessario perciò odiare le nostre colpe in quanto offendono Dio, ma accettarle con serenità in quanto ci fan toccare con mano il nostro nulla.

 Attenzione alle cattive abitudini

 “Alcune cadute gravi, se non sono accompagnate da acquiescenza nel male, ossia se non diventano abitudini o vizi, oltre a non lasciare traccia di sé, non impediscono, dopo il perdono, che l’anima possa recuperare il posto che aveva raggiunto prima” (S. Francesco di Sales).

 Ma anche coloro che fossero vissuti a lungo nel male e lontani da Dio non devono disperare; certo il loro stato è molto grave ma non è irreparabile (vedi S. Paolo, S. Agostino, S. Maria Maddalena …). Queste anime dovranno aumentare la loro fiducia nell’aiuto onnipotente e misericordioso di Dio, poiché “nulla è impossibile a chi sa lottare e pregare” (S. Agostino).

 Occorre quindi temere di diventar superbi a causa dell’innocenza, e sperare nell’onnipotenza ausiliatrice di Dio per uscire dalla colpa.

 Non tutti i mali vengono per nuocere

 Dio permette il male per trarne un bene sovrabbondante. Perciò se Dio permette qualche colpa (il rinnegamento di Pietro per esempio) lo fa per umiliarci, utilizzando a tal fine le nostre colpe.

 S. Bernardo osserva che il letame è una materia schifosa e rivoltante, tuttavia i contadini se ne servono per far produrre agli alberi frutti più buoni o per far crescere fiori olezzanti. Allo stesso modo, Dio si serve delle nostre colpe, per far produrre alla nostra anima i frutti delle buone opere.

 S. Agostino, commentando S. Paolo che scrive: “Tutto coopera al bene di coloro che amano Dio”, spiega: “Tutto, anche i peccati, affinché l’uomo possa rialzarsi più umile, più prudente e più fervoroso”.

 Occorre perciò evitare due scogli, quello dei quietisti, secondo i quali “la morale fa male” e quello degli angelisti o dei perfezionisti che non vogliono ammettere neanche l’ombra del minimo difetto in sé.

 Occorre che la nostra condotta riproduca ciò che la nostra bocca confessa, altrimenti saremmo dei “sepolcri imbiancati”, o “moralisti ipocriti” che predicano bene e razzolano male. quindi la morale fa bene, e “la Fede senza le Opere è morta” (S. Giacomo).

Invece il perfezionismo blocca ogni attività o sforzo ascetico per pusillanimità o paura di sbagliare.

 Le nostre colpe sono dei fari che portano alla luce le nostre miserie

 I nostri peccati si possono tramutare in un’arma potente contro il nostro principale nemico, l’orgoglio. Essi diventano così occasione (e non causa) di salvezza e santificazione. È per questo che essi vengono paragonati a dei fari che illuminano l’anima e le fanno vedere la sua miseria.

 S. Agostino dice che “Dio sopporta meglio le azioni cattive accompagnate dall’umiltà, che non le opere buone infettate dall’orgoglio”. S. Gregorio Nisseno aggiunge: “Un carro di buone opere, ma tirato dalla superbia, conduce all’inferno, mentre un carro di peccati, ma condotto dall’umiltà, arriva in Paradiso”.

 In breve la via per giungere all’umiltà sono le umiliazioni e non c’è umiliazione più grande che quella di vedere le nostre miserie e di toccarle con mano.

 La Madonna “rifugio dei peccatori” e “speranza dei disperati”

 Per quanto miserabili siamo, per quanto disperato possa essere lo stato della nostra anima, se ci rifugiamo sotto la protezione di Maria, lei ci adotterà come suoi malati, e siccome non esistono, su questa terra, malattie spirituali che siano incurabili, e Maria è onnipotente per grazia, nessuna piaga spirituale potrà resisterle, e una volta guariti Maria ci aiuterà ad ottenere la santa perseveranza.

 Preghiamo dunque la Madonna, dicendole: “Ricordatevi o piissima Vergine Maria, che non si è mai sentito dire che qualcuno che è ricorso a voi sia stato abbandonato; animato da tale confidenza, io ricorro a voi, non vogliate disprezzare le mie preghiere ma ascoltatele propizia ed esauditele. Così sia”.

d. Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2013/01/01/167/

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2013/01/01/677/

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