Vita e pensiero di don Julio Meinvielle

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«Il cattolicesimo integrale rifiuta di lasciarsi ridurre nell’ambito della coscienza, dell’interiorità e del privato. Il cattolicesimo integrale si afferma sociale in opposizione a privato. Intransigente, integrale e sociale sono i termini correlativi che rinviano ad una esigenza essenziale del Cristianesimo: il Regno sociale di Cristo» (Mons. Umberto Benigni).

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Tra qualche mese ricorrerà il quarantesimo anniversario della morte di don Julio Meinvielle (Buenos Aires 2 agosto 1973), “operaio militante e combattivo della Città di Dio”, come veniva comunemente chiamato in Argentina. In queste poche pagine vorrei riassumere il suo pensiero ed il suo modo di vivere personalmente ed anche  socialmente il Sacerdozio cattolico per “instaurare tutto in Cristo” secondo la divisa di San Pio X. Questi due aspetti sono, in questi tempi, per noi cristiani attuali ed istruttivi come non mai[1].

Julio Ramòn Meinvielle è nato a Buenos Aires il 31 agosto del 1905. Ha studiato nel Seminario pontificio di Villa Devoto addottorandosi in filosofia e teologia. È stato ordinato sacerdote il 20 dicembre 1930. Nel 1932, appena ventisettenne, ha pubblicato il suo primo libro Concezione Cattolica della Politica (Buenos Aires, Corsi di Cultura Cattolica)[2].

All’origine di questo libro vi è la necessità, sentita vivamente da don Julio, di mettere ordine nelle intelligenze degli uomini che si trovano a vivere nella Società moderna e post-moderna e specialmente della gioventù, più facilmente preda dell’errore del soggettivismo relativista proprio della modernità. Per mettere ordine occorre dare i princìpi fondamentali della filosofia politica o arte di viver virtuosamente in Società e tirarne le conclusioni logiche, che guideranno specialmente i giovani nella vita individuale, familiare e sociale, finalizzata alla Beatitudine eterna.

Don Julio, occupandosi di politica cattolica vale a dire universale, che vuole espandere il Regno di Cristo al di fuori della sagrestia e del campanile e portarlo a permeare tutta la realtà in Cristo, ha sempre mantenuto fermo il principio di San Tommaso secondo cui l’unico vero Fine degli uomini è Dio. Questo è il Fine ultimo; gli altri (il benessere comune temporale) sono soltanto fini prossimi o intermedi, che non vanno disprezzati (come fa lo spiritualismo o l’individualismo liberale), ma neppure assolutizzati (come fa il materialismo o il collettivismo socialista). Don Julio citava spesso il De regimine principum (Lib. I, cap. 15) di san Tommaso dove spiega che “la Società civile o politica è come una nave, la cui navigazione ha due aspetti: solcare il mare e portare i passeggeri in porto. Ossia la politica e il bene comune o sociale hanno un duplice compito: immanente (navigare) e trascendente (giungere al Cielo)”. La “Civiltà cristiana” o “Cristianità” ha come fine immediato il benessere comune temporale e sociale dei cittadini, ma il suo Fine ultimo è il Sommo Bene (De regimine principum, Lib. I, cap. 16). La politica rappresenta il fine intermedio; perciò va coltivato, ma non bisogna fermarsi ad esso (S. Th., II-II, q. 58, a. 5).

Il bene dell’uomo o il suo Fine ultimo personale e il bene comune sociale e temporale sono ordinati mutuamente tra di loro e, in un certo senso, vengono a coincidere (S. Th., I-II, q. 21, a. 4, ad 3). Il bene sociale, politico o comune non può non ordinarsi come il fine prossimo a quello ultimo, al bene trascendente ed infinito dell’uomo, che è Dio.

In questo suo primo libro don Julio si rifà all’insegnamento del suo Dottore preferito, e da lui studiatissimo, San Tommaso d’Aquino, e all’insegnamento del Magistero della Chiesa. Don Meinvielle tramite l’Aquinate ed il Magistero dei Papi mostra come la Politica sia una Virtù e non un vizio (come vorrebbero i falsi mistici o gli spiritualisti disincarnati[3])  e specificatamente la virtù di Prudenza, che sceglie i mezzi migliori per cogliere il proprio fine. Ora il fine della Politica è la vita sociale degli uomini che costituiscono uno Stato. Quindi la Politica è la Prudenza applicata al vivere sociale, come la Monastica è la Prudenza del vivere individuale e l’Economia è la Prudenza del vivere nel focolare domestico.  Don Julio ha insegnato costantemente come ordinare e subordinare in gerarchia di valori i problemi economici a quelli sociali e questi a quelli religiosi e spirituali.

Secondo il campione del cattolicesimo integrale mons. Umberto Benigni[4], come pure secondo don Julio Meinvielle[5], «Il cattolicesimo integrale rifiuta di lasciarsi ridurre nell’ambito della coscienza, dell’interiorità e del privato. Il cattolicesimo integrale si afferma sociale in opposizione a privato. Intransigente, integrale e sociale sono i termini correlativi che rinviano ad una esigenza essenziale del Cristianesimo: il Regno sociale di Cristo» (E. POULAT, voce Integrismo, in “Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia”, diretto da F. TRANIELLO – G. CAMPANINI, Torino, Marietti, 1981, vol. I tomo 1, p. 49). Il rifiuto del “sociale” e della vera “politica” è il costitutivo formale del cattolicesimo liberale, mentre l’impegno sociale e politico ordinato al Fine ultimo soprannaturale è l’essenza del cattolicesimo integrale ed antimodernista.

Don Julio è stato un uomo “trascendente o verticale”, cioè un uomo di Dio e orientato a Dio, ma nello stesso tempo profondamente immerso nella realtà del mondo attuale, pur non essendo del mondo. Già questa caratteristica distingue don Julio dagli spiritualisti o cristiani disincarnati, che, per una falsa concezione della spiritualità da loro trasformata e deformata in “spiritualismo”, che esalta troppo il lato spirituale e neglige se non disprezza quello corporale dell’uomo, non imitano Gesù, il Verbo Incarnato, che è stato generato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, “si è fatto carne ed abitò tra noi”.

L’uomo è un composto di anima e corpo; inoltre è un animale naturalmente sociale il quale vive nel mondo che lo circonda, ma non  deve avere lo spirito del mondo o dei mondani, che è diametralmente opposto a quello di Gesù. Gesù è vissuto nel suo tempo, dominato dal fariseismo e sadduceismo, ma lo ha combattuto e non si è ritratto dal mondo in cui aveva voluto venire a vivere. Egli è venuto per salvare le anime, le famiglie e le Società, confutando i sofismi dei farisei e dei sadducei e predicando il Vangelo, poiché non si può affermare la verità senza combattere l’errore.

Come si vede vi sono due errori: uno per eccesso (lo spiritualismo platonico/cartesiano), che concepisce l’uomo come un puro spirito unito accidentalmente ad un corpo, ed uno per difetto (il materialismo marxista/liberale), che concepisce l’uomo come un animale solamente materiale e sensibile. La sana filosofia (Aristotele/San Tommaso) e la Rivelazione ci presentano l’uomo come un’unità sostanziale di anima e corpo, spirito e materia. Certamente l’anima è più nobile del corpo e questo deve essere assoggettato all’anima, ma l’anima senza il corpo sarebbe il fantasma di un cadavere, il quale è stato lasciato dall’anima nel momento esatto della sua morte. L’uomo deve salvare la sua anima, però egli deve amare Dio ed il suo prossimo e quindi non può pensare solo a se stesso, ma deve preoccuparsi anche della famiglia e della polis in cui vive. Se nella Città regna l’ordine e la Legge naturale, per l’uomo salvarsi l’anima sarà più facile. Il cattolicesimo liberale non vuol ammettere ciò e si rifugia in sagrestia abbandonando la Società in mano al “Princeps huius mundi”.  Ora ciò è una contradictio in terminis, infatti “cattolico” significa “universale, aperto a tutta la realtà”, mentre “campanilismo” o “sagrestia” significa qualcosa di “particolarmente ristretto”. Il cattolicesimo è per sua natura sociale e non campanilistico o individualistico; altrimenti cesserebbe di essere universale.

Papa Pacelli ha insegnato: “Dalla forma data alla Società, a seconda che sia in accordo o no con le Leggi divine, dipende il bene o il male delle anime. Dinanzi a questa considerazione e previsione, come potrebbe essere lecito per la Chiesa […] rimanere spettatrice indifferente davanti ai pericoli a cui vanno incontro i suoi figli, tacere o fingere di non vedere situazioni che […] rendono difficile o praticamente impossibile una condotta di vita cristiana?” (Pio XII, Radiomessaggio La solennità, Pentecoste 1941).

L’uomo non può vivere da solo, ma ha bisogno di altri esseri umani per formare prima una Società imperfetta (la famiglia) e poi una Società perfetta (lo Stato, che è l’unione di più famiglie). Naturalmente l’uomo è animale razionale e sociale (ossia intelligente, libero e vivente in società o polis). Rifiutare l’elemento politico o sociale dell’uomo è innanzitutto un errore filosofico o antropologico, che ha una falsa concezione dell’uomo[6] ed inoltre sfocia nell’errore teologico dell’individualismo religioso o cattolicesimo liberale, che rifiuta il Regno sociale di Cristo e della sua Chiesa sul mondo e l’universalità del Cristianesimo romano, che per questa nota si distingue da tutte le “Chiese” nazionali.

Don Julio ha cercato di conoscere, illuminare dare una spiegazione del “perché” delle vicende storiche e sociali del suo tempo per “restaurare tutto in Cristo”. Attenzione! “Tutto”, anche la sfera temporale, sociale, politica, economica e filosofica, ma “in Cristo” non su qualsiasi altro fondamento perituro, che è sabbia e non roccia. “Petra autem erat Christus” (San Paolo).

Il Tomismo di don Julio è stato il vero Tomismo dell’atto di essere come perfezione ultima di tutte le altre perfezioni, comprese le forme e le essenze. Un Tomismo vivo capace di dare risposte alle questioni più spinose dei tempi moderni e contemporanei. Don Julio non apparteneva a quella classe di uomini “moralisticamente” rigidi e quasi sclerotizzati, ma senza vigore dottrinale e polemico contro il pensiero moderno e contemporaneo, incapaci di controbattere, di confutare e capaci solo di riaffermare pratiche giuste di comportamenti etici, ma senza risalire al loro perché metafisico e dogmatico. Don Julio pensava ed agiva in maniera militante, battagliera, ma non acida. Il fine dalla sua vis polemica era la gloria di Dio e la salvezza delle anime, mai l’umiliazione e la sconfitta personale dell’avversario. È stato un “intellettuale” combattente: non ricercava la sottigliezza filologica, l’erudizione letteraria, lo sfoggio di cultura, ma voleva esprimere giudizi intellettualmente veri e intelligibilmente chiari. Il suo può essere definito “l’apostolato della illuminazione delle intelligenze e del rafforzamento delle volontà”.

Egli ha studiato durante tutta la sua vita le opere del Dottor Comune ed ha vissuto il Tomismo in ogni suo aspetto: filosofico, dogmatico, morale, ascetico, sociale ed economico. La dottrina dell’Angelico non è rimasta solamente nell’intelletto di don Julio (questo sarebbe stato “il Tomismo limitato dei professori” che non usciva dalle aule dei seminari, come lo chiamava Leone XIII), ma ha penetrato e rafforzato la sua libera volontà, ha illuminato la sua concezione politica ed economica per la restaurazione del regno sociale di Cristo. Questo è il genuino Tomismo dei veri Cristiani e dei Santi, che danno agli altri ciò di cui si son riempiti, secondo l’adagio dell’Aquinate: “contemplare et contemplata aliis tradere; contemplare e trasmettere agli altri l’oggetto della nostra contemplazione”. Nulla di meno tomista della “Fede come cultura”, come sfoggio di erudizione personale, che resta nell’intelletto del “Maestro” onde gloriarsi della sua propria scienza. La conoscenza va di pari passo con la buona volontà per la propria santificazione e per l’edificazione già in questo mondo, anche se ancora imperfettamente, del Regno sociale di Cristo. L’intelligenza senza buona volontà inorgoglisce, la volontà senza intelligenza è cieca. Don Julio ha messo entrambe al servizio di Dio e del Regno sociale di Cristo, alla scuola del Dottore Angelico e del Magistero petrino.

Egli ha sempre difeso e cercato la Verità senza sottometterla a nessuna prudenza umana, compromesso o annacquamento, ben conscio che le “mezze verità” son più pericolose dell’errore palese. Non è la Prudenza che deve conformare, assoggettare e sottomettere l’intelligenza umana alla realtà (“veritas est adaequatio rei et intellectus”), ma sono le Virtù intellettuali, perfezionate dai Doni speculativi dello Spirito Santo: Scienza, Intelligenza e Sapienza, che sottomettono e conformano l’intelletto umano alla realtà e perciò gli fanno cogliere la verità. Quindi la Saggezza, l’Intelligenza e la Scienza assieme alla verità illuminano l’agire prudenziale umano, che solo così è vero e realmente prudente, scegliendo i mezzi veramente migliori per cogliere il vero Fine (prossimo e remoto) dell’uomo. Non è, come pretendono il catto-liberali, la prudenza che dirige l’intelletto verso la verità e la scelta della volontà verso il bene. Questa è la “prudenza della  carne”, che equivale al compromesso, alla viltà, all’accomodamento dei princìpi speculativi e pratici alla convenienza del soggetto. Per cui è vero non ciò che è reale, ma ciò che conviene. Per fare un esempio, quando nel 1970 don Julio ebbe finito di scrivere Dalla cabala al progressismo volle riflettere sei mesi prima di darlo alle stampe nel momento più propizio o meno sfavorevole e poi lo lanciò senza nessun ripensamento. La sua scelta prudenziale fu dettata dalla Saggezza intellettuale e non fu la prudenza della carne a dirigere il giudizio intellettuale. Se così fosse stato, non avrebbe pubblicato il libro e non sarebbe stato investito da una macchina mentre traversava la strada sulle strisce pedonali, ma non avremmo avuto la “luce intelletual piena d’amore”, che tale libro sprigiona da ogni sua pagina. La vita intellettuale di don Julio andava di pari passo con quella pastorale, la illuminava dottrinalmente e ne era arricchita caritativamente.

Nel 1933, un anno dopo il suo primo libro, don Julio è stato nominato parroco in Buenos Aires nel quartiere ultra popolare, oggi si direbbe “periferia degradata”, di Versailles. Era circondato da povertà, ignoranza, solitudine e disordini morali e sociali. Don Julio “prese il toro per le corna” e costruì sùbito un salone per le riunioni, conferenze, insegnamento del catechismo. Sapeva che per risolvere i problemi sociali e morali bisogna andare alla radice: la dottrina deviata che li ha prodotti (il liberismo e il marxismo), proporre l’antidoto (la dottrina sociale della Chiesa) e con l’aiuto della Grazia riportare la vita cristiana nell’ambiente sociale degradato (Sacramenti): “Veritatem facientes in Caritate” come scriveva San Paolo. Egli non ha mai cessato, pur nella vita pastorale della sua grande parrocchia di periferia sottoproletaria, la polemica o la lotta per la verità e lo smascheramento dell’errore. Polemica acuta, incessante, fine, non acida e cattiva o gretta. Don Julio è stato il sacerdote di Cristo, sociale e combattivo di tutte le ore. Non si è mai rinchiuso nella sagrestia e nell’irenica o pacifismo dottrinale, che rifiuta ogni disputa e confronto con l’errore e l’errante; egli ha sempre mantenuto il fine di illuminare, redimere e non di umiliare e stravincere personalmente.

Don Julio amava i poveri veramente poveri, non i falsi poveri di oggi che vengono mandati ad orde per distruggere quel che resta della civiltà greco-romana e cristiana con il sussidio economico dello Stato massonico e l’avallo della nuova teologia neomodernista. Dio ha amato la povertà e si è fatto uomo povero: Gesù Cristo, l’ultimo dei poveri, nato nudo in una mangiatoia dentro una stalla e morto nudo su una nuda Croce. Chi ama il povero ama Cristo, chi odia il povero odia Cristo ed non è amato da Dio. Il liberismo odia il povero, che è reputato un riprovato, un maledetto, un fallito. Il comunismo sfrutta il dolore del povero per aizzare l’odio di classe. Il Cristianesimo cerca di sollevare il povero, non promettendogli il “paradiso in terra”, ma spronandolo al lavoro, difendendolo da chi froda la giusta mercede agli operai, e facendogli accettare soprannaturalmente la sua condizione sociale, anche se può e deve essere migliorata, come mezzo di santificazione personale. Il  motto di don Julio era quello di San Vincenzo de Paoli: “Povero tra i poveri, aiutiamo i più bisognosi”. Egli non era un teoconservatore americanista né un “cristiano” per il socialismo. Era certamente un integrale cattolico sociale, né individualista né collettivista. Dopo qualche anno la parrocchia di don Julio era dotata di una piscina coperta con acqua calda, due piscine all’aperto, una palestra ben attrezzata ed un cinematografo. Tutti i santi hanno costruito scuole, oratori, refettori, ospedali, campi sportivi soprattutto per gli indigenti; si pensi a San Giovanni Bosco, a San Giuseppe Benedetto Cottolengo ed ultimamente a Padre Pio da Pietrelcina. Non erano “politicanti”, ma si occupavano della salvezza delle anime, che vivono in corpi e in società con altri uomini; erano Santi sociali, poiché i “santi asociali” sono una contraddizione nei termini. “Il catto-liberale è la contraddizione stessa sussistente”, come diceva il cardinal Louis Billot. Infatti vorrebbe salvare le anime, senza curarsi del corpo e del vivere socievole dell’uomo.

Il secondo libro di don Julio si intitola Concezione Cattolica dell’Economia (Buenos Aires, Corsi di Cultura Cattolica, 1936). È la normale e logica continuazione e specificazione del primo. Infatti come la Politica è la Prudenza sociale, l’Economia è la prudenza domestica. Aristotele e san Tommaso hanno distinto l’Economia, che è l’arte del risparmiare e far quadrare il bilancio per il retto andamento del focolare domestico, dall’Affaristica, Crematistica o Pecuniativa, che è l’arte di arricchirsi come fine e non come mezzo ordinato al benessere della famiglia. Come si vede il mondo moderno tutto proteso all’arricchimento e al benessere puramente materiale come fine ultimo è schiavo dell’Affaristica, che ipocritamente chiama Economia, ma della quale è la deformazione. Don Julio dopo aver dato i princìpi della sana filosofia politica, offre ai suoi lettori i princìpi dell’Economia o del retto vivere materiale delle famiglie ordinato a quello soprannaturale. Aveva ben capito che la plutocrazia giudaica e massonica stava strozzando l’Economia delle famiglie cristiane. Fu così che approfondì il problema scrivendo il suo terzo libro: L’ebreo nel mistero della storia, (Buenos Aires, Associazione Giovanile dell’Azione Cattolica, 1937)[7]. A questo fece sèguito I tre popoli biblici nella lotta per il dominio del mondo (Buenos Aires, Adsum, 1937), che tratta dello stesso tema e lo ampia approfondendolo.

Gli anni Trenta furono gli anni della polemica contro Jacques Maritain che nel 1936 aveva scritto L’Umanesimo integrale in cui proponeva la dottrina di una nuova cristianità laicista e aconfessionale, la libertà come un Fine ultimo ed Assoluto, il valore supremo della persona umana anche quando aderisce all’errore e fa il male, e si schierava in Spagna a fianco dei rossi contro la reazione del generalissimo Francisco Franco. Don Julio rispose che la civiltà moderna vuole l’autonomia assoluta dell’uomo di fronte a Dio e quindi, come aveva insegnato Pio IX nel Sillabo, la Chiesa non può venire a patti con essa, poiché solo Dio è Assoluto mentre l’uomo è creato, dipendente e contingente. Pio XI e l’Episcopato spagnolo sconfessarono Maritain parlando, a proposito della guerra civile spagnola, di “Crociata contro il comunismo”, di “battaglia tra Cristo e l’Anticristo”.

Don Julio approfondì il problema del liberalismo nel suo libro Da Lamennais a Maritain (Buenos Aires, Nuestro Tiempo, 1945)[8] e nel 1946 pubblicò “Corrispondenza tra padre Julio Meinvielle e padre Reginaldo Garrigou-Lagrange su Maritain”, seguita da un corposo libro intitolato Critica della concezione di Maritain sulla persona umana  (Buenos Aires, Nuestro Tiempo, 1948).

Negli anni Cinquanta affrontò il problema del comunismo ateo e materialista con vari libri: L’accettazione del comunismo del 1954; Politica argentina del 1956; Il comunismo nella rivoluzione anticristiana del 1961; Il potere distruttivo della politica comunista del 1962. Don Julio ha mostrato come la sovversione o rivoluzione è sempre esistita ed ha agito costantemente nel mondo sin dal peccato di Adamo ed anche in pieno Medioevo, ma egli ha saputo ben specificare che a partire dall’Umanesimo e Rinascimento ha conosciuto un moto uniformemente ed universalmente accelerato, con il Protestantesimo, con la Rivoluzione inglese e francese, con il Comunismo ed infine con il Progressismo detto “cristiano” ha infiltrato la sovversione anche dentro l’ambiente cattolico ed ecclesiastico.

Negli anni Sessanta si occupò del neomodernismo con i seguenti saggi: La cosmovisione di Teilhard de Chardin del 1960; Sul Progressismo cristiano del 1964; La Chiesa e il Mondo moderno del 1966; Un progressismo codardo del 1967. Ha fornito al suo  amico padre Cornelio Fabro gran parte del materiale per confutare Karl Rahner di cui conosceva le opere. Così padre Fabro scrisse nel 1974 i due libri famosissimi: La svolta antropocentrica di Karl Rahner e L’avventura della teologia progressista (Milano, Rusconi).

Nel 1970 uscì il capolavoro di don Julio  Dalla Cabala al Progressismo (Salta, Edizioni Calchaquì)[9]. Questo è il capolavoro di don Julio ed un capolavoro in se stesso, uno dei libri che passeranno alla storia della Chiesa. In esso dimostra come l’origine di tutti gli errori sia la falsa cabala esoterica giudaica, la quale ha influenzato persino i “periti” conciliari (Teilhard de Chardin, Rahner, Küng, Schillebeeckx, Congar, Chenu, Daniélou, de Lubac, von Balthasar …). Un libro che bisogna studiare profondamente e far conoscere per far capire quale sia la vera natura dei mali che ci circondano, quale la loro radice per potercene preservare. Il professore Pierre Boutang della Sorbona di Parigi ha definito don Julio e la sua opera in questi termini: “il teologo più profondo del XX secolo, perché ha saputo dare alla teologia una ampiezza politico-sociale come nessun altro”. Questo libro fu la goccia che fece traboccare il vaso. Don Julio era stato minacciato, incarcerato ingiustamente, denunciato da varie associazioni ebraiche, ma non aveva ceduto, anzi era solito commentare: “le persecuzioni degli ebrei mi esaltano” ed aveva accelerato il passo e fu così che si decise di chiudergli la bocca …

I primi giorni del luglio del 1973 fu investito da un’auto che lo aveva “puntato” mentre stava attraversando la strada. Don Julio passò l’ultimo mese a letto potendo dire soltanto il rosario. Il 2 agosto del 1973 morì[10] e venne sepolto nell’atrio della sua parrocchia dedicata a Nostra Signora della Salute situata in via Marcos Sastre 6115 quartiere di Versalles in Buenos Aires.

Una vita così operosa soprannaturalmente e socialmente non poteva non attirare l’odio dei nemici di Cristo. “Veritas parit odium; la verità genera l’odio”. Don Julio fu odiato dai nemici di Dio, ma fu amato da Dio e dai suoi fedeli servitori. Possano la sua vita e le sue opere illuminarci, esserci di esempio e accompagnarci nel corso della nostra vita per farci entrare nel Regno dei Cieli!

d. Curzio Nitoglia

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[1] Per i cenni biografici su don Julio Meinvielle cfr. padre C. BUELA, Perfil sacerdotal: Padre Julio Meinville, in “Mikael 9” (1975/3); ID., Padre Julio Meinvielle, San Rafael, 1993, 7; www.juliomeinvielle.org a cura di padre ARTURO A. RUIZ FREITES dell’Istituto del  Verbo Incarnato in lingua spagnola, ripreso e tradotto in italiano come prefazione a J. MEINVIELLE, Concezione Cattolica della Politica, Lamezia Terme, Edizioni Settecolori,2011, pp. 33-145.

[2] Questo libro è stato tradotto in italiano e pubblicato dalle Edizioni Settecolori, Lamezia Terme, 2011. Esso consta di 472 pagine, costa 28 euro e può essere ordinato a info@settecolori.it

[3] Occorre distinguere bene “spiritualismo” da “spiritualità”. Il primo è un errore filosofico che presenta la materia come intrinsecamente cattiva e quindi il corpo come non facente parte dell’essenza umana. Esso sarebbe addirittura una prigione dell’anima umana, la quale deve liberarsi dal corpo per vivere la vita razionale e spirituale. Quest’errore è stato sostenuto filosoficamente da Platone e da Cartesio, teologicamente dalle “religioni” estremo orientali (buddismo ed induismo), e dalle eresie degli gnostici e dei manichei.

Invece la “spiritualità” è quella parte della teologia, che studia la vita soprannaturale dell’uomo infusa in lui da Dio gratuitamente mediante la Grazia santificante. Essa si compone di via ascetica (la lotta contro il peccato e lo sforzo d’imitare le Virtù di Cristo) e di via mistica (l’unione con Dio, mediante l’attuazione abituale e predominante dei sette Doni dello Spirito Santo, i quali ci aiutano a vivere le Virtù, che sono soprannaturali solo quanto all’essenza, in maniera eroica anche quanto al modo).

[4] Non a caso il suo capolavoro si intitola “Storia sociale della Chiesa”, Milano, Vallardi, 7 tomi, 1926-1933.

[5] Sempre non a caso il suo primo libro s’intitola “Concezione Cattolica della Politica” (Buenos Aires, Centro di cultura cattolica, 1932, tr. it., Lamezia Terme, Edizioni Settecolori, 2011). La Politica ed il Sociale sono co-essenziali al cattolicesimo integralmente romano, mentre l’individualismo ed il disprezzo per la Virtù della Prudenza Politica sono il costitutivo formale del cattolicesimo liberale e del modernismo politico, condannato specificatamente da San Pio X nell’Enciclica Notre Charge Apostolique del 1910.

[6] San Tommaso d’Aquino nel De regimine principum si rifà ad Aristotele ed insegna che “l’uomo è naturalmente socievole e solo i mistici o i folli vivono isolati”.

[7] Questo libro è stato pubblicato  dalle ‘Edizioni Effedieffe’ di Viterbo nel 2012 e si può richiedere a info@effedieffe.com. Lo raccomando vivissimamente.

[8] In italiano esiste la traduzione pubblicata da don Ennio Innocenti sotto il titolo Il cedimento dei cattolici al liberalismo, Roma, 2001.

[9] Traduzione e pubblicazione italiana a cura di don Ennio Innocenti sotto il titolo Influsso dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano, Roma, 1988.

[10] Analoga sorte toccò a Léon de Poncins deceduto a Tolone nel 1975.

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