Tomismo contro Modernismo

“Tolle Thomam et dissipabo Ecclesiam”.

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I PARTE

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Premessa

 L’epoca patristica rappresenta la fermentazione della teologia: i Padri ecclesiastici – nel III secolo – iniziano ad approfondire le verità di fede e a presentarle in maniera scientifica. S. Agostino (+ 430) riassume e sistematizza la patristica orientale e latina, in una sintesi grandiosa; con lui ha inizio la teologia sistematica. L’epoca patristica si chiude con S. Giovanni Damasceno (+ 749). Tuttavia è solo con la scolastica che si raggiunge la piena sintesi sistematica tra fede e ragione: «la teologia nata con la patristica ha la sua prima pietra miliare con l’opera di S. Agostino; con la scolastica raggiunge i sommi vertici della speculazione acuta e serena, in piena armonia della ragione con la fede» (P. Parente). La “prima scolastica” inizia con S. Anselmo d’Aosta (XI secolo) e trova il suo vertice con S. Tommaso d’Aquino (+ 1274). Muove da S. Agostino e accentua una feconda speculazione sui dogmi. Vi sono due correnti: quella principalmente mistica platonico-agostiniana, propria dei Francescani, con S. Bonaventura e quella più speculativa, propria dei Domenicani, che fondandosi sui “Quattro Libri delle Sentenze” di Pietro Lombardo da Novara (+ 1160)[1], con l’Aquinate uniscono platonismo, agostinismo e aristotelismo in una sintesi suprema: la metafisica dell’essere come atto supremo di ogni essenza. L’umanesimo, il rinascimento e il protestantesimo cercano di discreditare la scolastica, che era decaduta nel Trecento, ma ottengono il risultato opposto: essa rivive con Jean Capreolus (+ 1444) che ha polemizzato contro Scoto per difendere il tomismo, tanto che si dice “si Scotus non scotasset, Capreolus non saltasset”, e i grandi commentatori della “Somma teologica” card. Tommaso de Vio detto Cajetanus (+ 1534) e della “Somma contro i Gentili” di Francesco de Silvestris detto Ferrarensis (+ 1528). Essi segnano il passaggio dalla “prima” alla “seconda scolastica” del Seicento, la quale è soprattutto spagnola e diventa analitica con Francisco da Vitoria, Melchior Cano, Domingo Soto, Domingo Bañez e il portoghese Giovanni da S. Tommaso, tutti Domenicani, ed inoltre Francisco Suarez, Ludovico Molina, Gabriel Vàsquez, Roberto Bellarmino, Gesuiti e suarezisti più che tomisti. Questa è chiamata in senso stretto “seconda scolastica” ed ha sviluppato la filosofia morale sociale o politica e la polemica antiluterana. Nel Settecento vi è un altro periodo di stasi dovuto al prorompere della filosofia moderna e soggettivista (Cartesio + 1650 e Malebranche + 1751), con la quale polemizza la “terza scolastica” o neotomismo che va dal gesuita tedesco Joseph Kleutgen (+ 1883)[2] a Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) e scolastici italiani  sino ai giorni nostri. Il cosiddetto ritorno alle fonti ovvero ai Padri della “nuova teologia” è servito a mettere da parte la sistematica chiarezza senza ombra di dubbi e tentennamenti del tomismo per poter riprendere vecchi errori che in qualche Padre ancora “pioniere in teologia” (A. Piolanti) era scusabile, come per esempio l’apocatastasi in S. Gregorio di Nissa ed Origene, che sono stati ripresi, facendo astrazione dalla confutazione fatta dall’Aquinate e scolastici successivi, dai neomodernisti, in particolare da Jean Daniélou (Origène, Parigi, 1948; voce Gregorio Nisseno, in “Enciclopedia Cattolica”) e da Hans Urs von Balthasar nelle cui opere serpeggia l’apocatastasi di Origene e ne è il motivo conduttore. Ecco perché la sola patristica senza la scolastica non basta, ma occorre accompagnare la prima con la seconda, come scriveva S. Ignazio da Loyola nelle “Regole per sentire con la Chiesa” dei suoi “Esercizi Spirituali”. Si capisce allora l’adagio succitato: “Togli S. Tommaso e distruggerò la Chiesa”, è quello che ha cercato di fare con gran successo la “nuova teologia” con le sue “sources chrétiennes”. Ma, “le porte dell’inferno non prevarranno!”. Hanno vinto una battaglia ma non la guerra.

Introduzione

 San Tommaso, “il massimo Dottore comune o ufficiale della Chiesa cattolica” (Pietro Parente), nel De ente et essentia, cap. 5 spiega che ogni ente o è atto puro (da ogni composizione con la potenza) o è composto di atto e potenza. L’atto puro (detto anche “perfezione pura”) è unico e infinito, poiché non è ricevuto, moltiplicato e limitato da nessuna potenza. L’atto misto alla potenza è invece molteplice e finito. Poi, siccome ogni ente o è da sé quel che è, oppure lo è ab alio, allora l’atto puro è un ente da sé (aseitas: essere ciò che si è a se e non ab alio), ossia non dipende da nessuna causa per essere ciò che è. Onde l’atto puro è incausato e gli atti misti a potenza sono molteplici, finiti e causati dall’atto puro, causa prima incausata. L’essere è l’atto ultimo/supremo di ogni essenza, la quale sta all’essere come la potenza all’atto. L’atto puro è detto anche Dio o Colui che è per sua essenza (“Jhawhè”o “Ego sum qui sum, Exod., III, 15). «Solo Dio può dire non solamente “Io ho l’essere, la verità e la vita”, ma “Io sono l’Essere, la Verità e la Vita. […] Solamente in Dio l’essenza e l’essere sono identici: In solo Deo essentia et esse sunt idem. Dio solo è l’Essere mentre invece ogni essere limitato e finito è di suo solo capace di ricevere l’essere per partecipazione[3], e di fatto esiste solo se Dio liberamente lo crea e lo conserva. […] L’essenza finita non è il suo essere ed è realmente distinta da esso. Dio solo, quale Atto puro, è il suo essere, Egli è l’ipsum Esse subsistens irreceptum et irreceptivum»[4].

●Il merito e la originalità filosofica di S. Tommaso è stata quella di aver considerato sin dalla sua gioventù (il “De ente et essentia” lo compì nel 1255 a soli 30 anni, essendo nato nel 1225) l’essere come atto ultimo/supremo di ogni essenza, la quale è riconducibile alla potenza. Onde, mentre Aristotele si era fermato alla composizione di materia/forma, potenza/atto, il “Dottore comune” o ufficiale della Chiesa lo sorpassa e innova con la composizione di essenza/essere[5]. In seguito nel 1266, a 41 anni, egli ritornerà sul concetto di essere e specificherà che “l’esse è atto di ogni atto e perfezione di ogni perfezione” (con la “Questione disputata” De potentia, q. 7, a. 2, ad 9; e la Summa Theologiae, I, q. 4, a. 1 ad 3). “L’essenza non sarebbe nulla se l’essere non la rendesse tale” (De Pot., q. 3, a. 5, ad 2), ossia l’essere fa uscire (“ex-sistere”) l’essenza fuori dal nulla e dalla sua causa e le dà l’esistenza. Invece ogni atto che non è puro è composto di una potenza partecipante l’essere o l’atto puro. L’essenza è in sé perfezione prima ma è in potenza rispetto all’essere come atto ultimo/supremo. Dio è l’atto puro da ogni potenza o l’Essere per se sussistente, l’Essere a se, l’Ipsum Esse o quell’Ente la cui essenza è l’essere, mentre tutte le altre essenze non sono il loro essere ma lo ricevono o lo hanno. Dio solo è il suo stesso essere “ipsum esse suum”. Deus solus est suum esse; tutte le creature sono enti per partecipazione in quanto la loro essenza partecipa l’essere e quindi la loro essenza è in potenza rispetto all’essere che è l’atto ultimo di ogni realtà: in breve esse sono essenze che hanno o partecipano l’essere. “Deus est ens per essentiam, et alia per partecipationem” (S. Th. I, q. 4, a. 3, ad 3). Perciò in ogni ente creato vi è composizione di essenza/essere come di potenza/atto. In breve, se Dio è l’atto puro (“Actus separatus”) di essere e le creature sono enti composti di essenza/essere, significa che Dio solo è l’essere infinito, perfettissimo (De pot., q. 7, a. 2, ad 9; S. C. Gent., lib. I, c. 28; S. Th., I, q. 4, a. 2), mentre le creature sono finite e imperfette[6].

La nozione di essere quale atto supremo e quella di partecipazione, risolvono tutti i problemi cui l’aristotelismo e la patristica, non ancora sistematizzata e completata dalla scolastica, non avrebbero potuto far fronte in maniera totalmente adeguata. Si pensi ad esempio alle questioni sollevate dalla filosofia moderna (da Cartesio + 1650 sino a Hegel + 1831) come l’immanentismo panteista, che è confutato dall’Essere per essenza o a se realmente distinto dall’ente per partecipazione o ab alio, composto di essenza e di essere, che non è il suo essere ma ha o riceve e partecipa l’essere. Tutta la modernità, anche quella non esplicitamente ostile al cristianesimo (da Malebranche + 1751 a Rosmini + 1855[7]), così come quella apertamente incompatibile con la Rivelazione (Cartesio +1650, Kant + 1804, Fichte +1814, Schelling +1854, Hegel + 1831), trova una risposta (la prima) e una radicale confutazione (la seconda) dalla teoria dell’actus essendi e della partecipazione. Per quanto riguarda la post-modernità (da Nietzesche + 1900 a Freud + 1939 e sue propaggini: Scuola di Francoforte e Strutturalismo francese), che è caratterizzata da un sostanziale nichilismo metafisico (gnoseologico ed etico) o distruzione dell’essere (conoscibile e buono moralmente), trova nella metafisica dell’essere la diga che si frappone tra ciò che è e il nulla verso cui vorrebbe tendere la post-modernità, la quale, per odio satanico contro l’Essere stesso sussistente o impartecipato, cerca di distruggere l’essere per partecipazione, in quanto esistente (“enti-cidio”), in quanto conoscibile (“razio-cidio”) e in quanto buono (“mori-cidio”), proprio come satana tenta l’uomo o l’ente per partecipazione (creato a “immagine e somiglianza di Dio”, intelligente e libero) per colpire indirettamente Dio o l’Atto puro, Essere per essenza. Onde l’immanentismo panteista (orgoglio auto-esaltatore), il nichilismo teoretico (odio auto-lesionista) ed il neomodernismo sono confutati in nuce dal tomismo originario. È ciò che hanno fatto la seconda e la terza scolastica.

 Leone XIII, S. Pio X, Pio XII e il Tomismo

Padre Cornelio Fabro scrive che Leone XIII con l’Enciclica Aeterni Patris del 1879 lanciò la rinascita del neotomismo in contrapposizione alla filosofia moderna e soggettivista, che sotto il pontificato di Pio IX e il suo aveva partorito il tradizionalismo (De Bonald + 1840, de Lamennais + 1854, Bautain + 1867, Bonnetty + 1879) o fideismo francese, l’ontologismo italiano (Gioberti + 1852 e Rosmini + 1855) e il neo-idealismo germanico (Hermes + 1831 e Günther + 1863). Papa Pecci invitava a diffidare di ogni sintesi diretta tra dottrina cristiana e filosofia moderna e a presentare il tomismo come l’antitesi completa del soggettivismo immanentista della modernità, il quale da parte sua con Feurbach (+ 1872) aveva capito benissimo che la vecchia dottrina teologica da distruggere per rimpiazzarla col “nuovo Cristianesimo” era il tomismo (cfr. Essenza del Cristianesimo).

San Pio X stimolò lo studio sistematico del tomismo per far fronte al modernismo[8] con l’Enciclica Sacrorum Antistitum del 1° settembre 1910: “Aquinatem parum deserere, praesertim in re methaphysica, non sine magno detrimento esse. Parvus error in principio magnus est in fine”, col “Motu proprioDoctoris Angelici del 29 giugno 1914, ed infine con l’elenco di 24 punti o tesi della filosofia tomista, redatte da p. GUIDO MATTIUSSI (+ 1925)  e da mons. BIAGIOLI di FIESOLE  fatte pubblicare dalla S. Congregazione degli studi il 27 luglio del 1914. Benedetto XV dette loro forza di legge introducendo nel CIC l’obbligo per tutte le scuole cattoliche di seguire i princìpi di S. Tommaso in filosofia e teologia (can. 580 § 1 e can. 1366 § 2). Pio XI nella Costituzione apostolica Deus scientiarum Dominus del 1931 ribadì il valore dei succitati canoni del CIC. Padre Fabro conclude[9] essere certo che la distinzione reale tra essenza ed essere come atto supremo appartiene alla natura del tomismo, mentre allontanarsi da essa – come ammoniva S. Pio X nel “Motu proprio” Doctoris Angelici – è pericoloso, poiché si abbandona la “via tuta” per giungere alla verità, rischiando così di smarrirsi.

Infine il 12 agosto del 1950 Pio XII nella Humani generis condannava il neomodernismo[10], che aveva rialzato la cresta negli anni Trenta-Quaranta. Padre Garrigou-Lagrange, che contribuì alla stesura materiale dell’Enciclica, scrive che «L’errore fondamentale da questa condannato è il relativismo filosofico, il quale conduce al relativismo dogmatico. […] da dove ha origine questo relativismo che ha avuto il suo influsso in questi ultimi tempi in certi ambienti cattolici? Esso deriva sia dall’empirismo sensista, sia dal kantismo, sia dall’idealismo evoluzionistico di Hegel. […]. Questo relativismo filosofico ha influito su alcuni teologi […] e tende ad apparire sempre di più in alcuni saggi della ‘nuova teologia’, in cui si dice che le formule dogmatiche a lungo andare invecchiano, non sono più conformi al progresso della scienza e della filosofia, e allora devono essere sostituite da altre dichiarazioni ‘equivalenti’, ma che sono ugualmente instabili. […] Qualche volta si dice addirittura che bisogna battezzare i sistemi filosofici moderni come S. Tommaso ha fatto col sistema aristotelico. Ma per far questo sono necessarie due cose. Bisognerebbe anzitutto avere il genio di S. Tommaso e poi bisognerebbe che i sistemi filosofici siano capaci di essere battezzati. Per essere battezzato bisogna avere un’anima razionale. Un sistema che si fonda interamente su un falso principio non può essere battezzato»[11]. Ad esempio il materialismo, che nega l’anima, non può essere battezzato e così pure lo spiritualismo idealista, che nega la materia. Infatti l’anima del neonato presuppone un corpo da informare. L’angelo o il morto, la cui anima ha lasciato il corpo, non possono essere soggetti del battesimo.

●Tuttavia hanno questa pretesa alcuni filosofi sia cattolici (p. Antonin-Dalmace Sertillanges o.p., 1863-1948[12]; Joseph Maréchal s.j., 1878-1944[13]; don Giuseppe Zamboni, 1875-1950[14]), sia laicisti (Giuseppe Saitta, 1881-1965[15]), o semi idealisti-spiritualisti cristiani (Armando Carlini, 1878-1959[16]).

 Potenza assimilatrice e confutativa del Tomismo

A costoro risponde p. Cornelio Fabro (Intorno alla nozione tomista di contingenza, in “Rivista di filosofia neoscolastica”, 1938, p. 132 ss.) asserendo che la distinzione reale di essenza/essere e la nozione di partecipazione, cuore del tomismo originario, sono la condanna dell’immanentismo quale deviazione teologica e al tempo stesso sono la definizione di creatura come contingente e finita e di Creatore come necessario e infinito. Proprio la composizione essenza/essere sfata ogni antropocentrismo immanentista e panteista che è la base della modernità soggettivista (Cartesio-Hegel) e della post-modernità volontarista e nichilista (Nietzsche-Freud, Scuola di Francoforte/Strutturalismo francese). Inoltre Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange scrive che «Il tomismo può assimilare quello che c’è di vero nelle varie tendenze esistenti nella filosofia contemporanea rigettando quanto vi è di falso […]. Per esempio, il materialismo è vero in quanto afferma l’esistenza della materia, ma è falso in quanto nega lo spirito; e viceversa lo spiritualismo […]. Il tomismo si oppone profondamente al kantismo e alle concezioni che da quello derivano»[17]. Inoltre aggiunge che il nichilismo il quale ha dichiarato: “Dio è morto” è una conseguenza logica e ultima della negazione sofistica e idealistica del principio di non contraddizione, il quale è necessitante e nessuno può sottrarvisi poiché «Può Hegel essere Hegel e, nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto, non essere Hegel? Se si mette in dubbio questo principio, si giunge al nichilismo completo […], è fare un’affermazione che nega se stessa e ciò vuol dire distruggere ogni linguaggio ed ammettere che non si può parlare; tutte le parole sarebbero sinonimi. […] Si sfocia così nel nichilismo dottrinale, morale, estetico, nel nichilismo completo, e non c’è più niente, né essere, né unità, né verità, né bene, né male, né divenire, tutto scompare»[18].

 Potenza costruttrice del Tomismo

 Leone XIII nel 1879 sostenne la rinascita del tomismo. «Il programma di papa Pecci era la costruzione di una “nuova” civiltà cristiana: egli vedeva nella filosofia un muro importante e insostituibile nella costruzione del nuovo edificio. Essa poteva dare un aiuto indispensabile al suo grande disegno, che non si differenziava da quello del suo predecessore Pio IX: la restaurazione della società secondo i princìpi cristiani. Ma Leone XIII […] aveva compreso che la restaurazione della società cristiana passava per la restaurazione della intelligenza cristiana e che era vano intraprendere la ricostruzione di un ordine sociale integrale, che sarà l’oggetto delle sue grandi encicliche successive, dalla Immortale Dei e Libertas praestantissimum alla Rerum novarum, se prima non ci fosse stata alla base una rigorosa disciplina di pensiero da imporre a tutte le scuole cattoliche. In altri termini, il rilancio del tomismo di Leone XIII era certamente ispirato da un’intenzione filosofica, ma superava abbondantemente il Tomismo dei professori”, giacché egli era convinto che il problema di una filosofia cristiana e quello di una politica cristiana non sono che l’aspetto speculativo e la fase pratica di uno stesso problema. Tale progetto era […] inteso a riconquistare al cattolicesimo il terreno perduto dal XVIII secolo in poi»[19].

Nel XX secolo vi sono stati dei grandi filosofi tomisti che hanno scandagliato il pensiero del Dottore ufficiale della Chiesa e lo hanno impiegato per confutare gli errori del secolo e per costruire una filosofia politica capace di far regnare Cristo nella Società. Tra loro si possono annoverare i seguenti.

d. Curzio Nitoglia

link a questa pagina:
https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2012/07/20/tomismo-contro-modernismo/

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NOTE


[1] Una summa del fior fiore della patristica, scritti attorno al 1148-1152, in cui raccoglie la dottrina dei Padri su Dio Trino come fine ultimo nel primo libro; la creazione dell’uomo e degli angeli come mezzi a Dio e la grazia nel secondo; nel terzo il Verbo Incarnato, le virtù e i comandamenti; i sacramenti e i novissimi nel quarto. Cfr. J. De ghellineck, Le mouvement théologique du XIIme siècle, 2a ed., Bruges-Parigi, 1948; Id., voce “Pierre Lombard”, in D. Th. C.

[2] Contrario ad ogni Tomismo trascendentale o mescolato spuriamente coll’apriorismo kantiano ed addirittura con l’hegelismo; egli scrisse un manuale Die Philosophie der Vorzeit vertheidgt in 2 volumi (Münster, 1860-63; rist. Francoforte, 1966), tradotto in italiano (nel 1866-68) col titolo La filosofia antica esposta e difesa, per significare che esso conteneva non solo la confutazione dei falsi sistemi filosofici ma anche la esposizione sistematica della verace filosofia tomistica.

[3] “Partecipazione” da partem capere, significa ricevere o avere una parte limitata dell’Essere stesso sussistente ossia, che Dio vuole essere partecipato dal mondo creato, il quale è il partecipante o l’effetto di Dio. La “Partecipazione” fonda anche la “Analogia”, in quanto si basa sulla somiglianza/dissomiglianza (partecipante/partecipato) tra causa ed effetto. Gli enti creati (o per partecipazione), partecipano ossia hanno una parte di Colui che è l’Essere per essenza o impartecipato in atto necessariamente, ma partecipabile in potenza se vuole esserlo o condizionatamente. (In Johannem, Prol. n° 5).

[4] R. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, p. 393 e 405.

[5] Si noti che sino alla fine del Quattrocento il testo base per lo studio della teologia, anche presso i Domenicani, era il “Libro delle Sentenze” di Pietro Lombardo da Novara (+ 1160). Solo nel Cinquecento la “Somma teologica” di S. Tommaso diventa testo ufficiale di scuola. Tuttavia una certa mancanza di metodo critico faceva attribuire all’Angelico degli opuscoli spuri. Onde per la distinzione reale di essere e essenza ci si rifaceva all’agostiniano Egidio Romano (che la negava contrariamente a quanto scritto dall’Aquinate, e molti tomisti, ma non tutti lo seguirono, cfr. C. Fabro, Neotomismo e Suarezismo, [1941], rist. Segni, Edizioni Verbo Incarnato, 2005, pp. 95-103). Malgrado ciò i grandi commentatori dell’Aquinate (Capreolo + 1444, Ferrarense + 1528, Gaetano + 1534, Bañez + 1604, Giovanni da S. Tommaso + 1644) hanno affermato la distinzione reale (negata da Suarez), pur senza approfondire il concetto di atto d’essere realmente distinto dall’essenza, come atto supremo di ogni atto, essenza e perfezione di ogni perfezione (cfr. C. Fabro, “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, vol. XII, 1954, voce “Tommaso d’Aquino”, coll. 285-286).

[6] Cfr. E. Hugon, Cursus philosophiae thomisticae, Parigi, Lethillieux, 1903, forse il miglior manuale di filosofia e specialmente di metafisica tomistica.

F. Olgiati, L’anima di San Tommaso, Milano, Vita e Pensiero, 1924.

G. Mattiussi, Le XXIV tesi della filosofia di San Tommaso d’Aquino, Roma, Gregoriana, 1924.

M. L. Guérard Des Lauriers, La preuve de Dieu et les cinq voies, Roma, Lateranense, 1966.

Cornelio Fabro, La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino, Milano, Vita e Pensiero, 1939.

Id., Partecipazione e causalità in S. Tommaso, Torino, SEI, 1961.

Tomas Tyn, Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, Bologna, ESD, 1991; rist. Verona, Fede e Cultura, 2009. a cura di Giovanni Cavalcoli.

[7] Addirittura, sulla scia di p. Maréchl e Rahner, anche Giovanni Paolo II, nella sua seconda Enciclica (del 1980) “Dives in misericordia” n.° 1 ha scritto che: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [del Concilio Vaticano II, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio».

●Anche qui la distinzione tra “essenza/essere” ed “ente per partecipazione/impartecipato”, separano nettamente e irreconciliabilmente teo e antropo/centrismo, dacché uno solo è l’atto puro, non misto a potenza, non composto di essere ed essenza, che è il suo stesso essere, mentre il mondo e l’uomo sono composti di potenza/atto, essenza/essere, sono enti per partecipazione, hanno l’essere, sono realmente ed infinitamente distinti dall’Essere stesso sussistente per sua essenza. Come si vede il Tomismo verace ed originario è l’argine ad ogni errore antico rivestito di nuovo.

[8] “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, vol. XII, 1954, voce “Tommaso d’Aquino”, col. 288.

[9] Ibidem, col. 289.

[10] A. Gemelli – R. Garrigou-Lagrange – F. Olgiati – C. Calvetti, Commento alla Enciclica “Humani generis”, Milano, Vita e Pensiero, 1951, “Pubblicazioni dell’Università Cattolica del S. Cuore”, fascicolo 1°.

Cfr. anche il “Commentario all’Enciclica Humani generis”in “Euntes Docete”, Roma, Propaganda Fide, fascicolo 1° e 2°, 1951.

[11] La sintesi tomistica, cit., p. 541, 542, 543, 547.

[12] Nato a Clermond-Ferrand in Francia, professore di filosofia morale all’Istituto Cattolico di Parigi, ha confrontato le filosofie moderne col cristianesimo per far in modo che quest’ultimo potesse accogliere le istanze di quelle. Ha scritto St. Thomas d’Aquin, Parigi, 1910, alla luce del rosminianesimo.

[13] Nato a Charleroi in Belgio, professore di storia della filosofia a Lovanio, ha cercato di conciliare Tomismo col kantismo nei suoi lavori Le thomisme devant la philosophie critique, Lovanio-Parigi, 1926; Le dynamisme intellectuel dans la connaissance objective, in “Revue néoscholastique de philosophie”, n° 28, 1927; de la Renaissance à Kant, Lovanio, 1933. A lui si rifà Karl Rahner nella sua “svolta antropologica” (cfr. C. Fabro, La svolta antropologica di Karl Rahner, Milano, Rusconi, 1974).

[14] Nato a Verona, professore, a partire dal 1921, di criteriologia e gnoseologia all’Università cattolica del S. Cuore di Milano, sosteneva, sotto l’influsso del rosminianesimo, che il soggetto non coglie direttamente l’oggetto (La gnoseologia come fondamento della filosofia dell’essere, Milano, 1932; La gnoseologia di S. Tommaso d’Aquino, Milano, 1934), dovette lasciare perciò l’Università cattolica.

[15] Nato in provincia di Enna, professore di filosofia morale e poi teoretica all’Università di Bologna. Ha studiato soprattutto il Rinascimento italiano come inizio dell’immanentismo compiuto poi nell’idealismo tedesco (La filosofia dell’immanenza, Bologna, 1953). Critico di ogni teologia, chiamata da lui con disprezzo ‘teologismo’, sia platonico-agostiniana che aristotelico-tomistica, poiché per lui sono il peggior nemico dell’uomo, in quanto distruggono la sua libertà e personalità e quindi devono essere rimpiazzate con la religiosità idealistica dell’uomo moderno “auto creativo”. Ha scritto pure sulla filosofia scolastica (La scolastica del XVI sec. e la politica dei Gesuiti, Torino, 1911; Le origini del Neotomismo nel XIX sec., Bari, 1912; Il carattere della filosofia tomistica, Firenze, 1934). Secondo lui il Tomismo è la difesa del monoteismo metafisico, come trampolino di lancio per la politica del potere temporale dei Papi.

[16] Nato a Napoli, succeduto a Giovani Gentile nel 1922 alla Normale Superiore di Pisa, ha mantenuto sempre una tendenza idealistico-gentiliana assieme ad un certo spiritualismo o esistenzialismo cristiano, al quale giunse dopo un grave lutto familiare. Secondo lui Kant ha completato S. Tommaso (S. Tommaso d’Aquino. Ragione e fede, Bari, 1949).

[17] La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, pp. 383, 384, 385.

[18] Ivi, p. 495.

M. Cordovani, L’attualità di S. Tommaso, Milano, 1924.

[19] B. Mondin, Storia della metafisica, Bologna, ESD, 1998, 3° vol., p. 652.

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