IL SILLABO TOMISTA Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 3a Tesi

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III Tesi: essere ed essenza

«Quanto alla natura dell’essere, solo Dio sussiste unico e semplicissimo; tutti gli altri enti che partecipano l’essere hanno un’essenza che riceve e limita l’essere, e sono composti di essere ed essenza come due princìpi realmente distinti tra loro».

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  •  Questa Tesi è la conclusione ovvia  della definizione e distinzione reale di potenza e atto (1a e 2a Tesi). Una volta dimostrato che  Dio è Atto puro da ogni potenza, è evidente che Egli è perfezione (atto) illimitata senza nessuna imperfezione (potenza). Ma siccome per S. Tommaso la perfezione ultima è l’essere [1] (e non l’essenza come per Aristotele), Dio è l’Essere per sua Essenza: “Ego sum qui sum”; “Jhawèh” in ebraico, come ha rivelato Egli stesso (Ex. III, 14). Lo si chiama anche “ipsum Esse subsistens”. Dio non riceve nulla da nessuno, non è “ab alio”, ma è “a Se”  o “Aseitas”. Non è  soltanto per  se stesso sussistente, come lo è la sostanza, che non è sussistente in alio (come l’accidente), ma in se stessa è soggetto di accidenti. Tuttavia le sostanze finite ricevono l’essere ab Alio ossia da Colui che è l’Essere per sua stessa natura, cioè da Dio, il quale è Actus irreceptus et irreceptivus, ossia  non è ricevuto in nessuna capacità, potenza, limite e non riceve nessun altro atto o perfezione. Solo Dio è il suo stesso Essere, mentre tutte le altre creature hanno l’essere, lo ricevono o lo partecipano: sono enti per partecipazione, mentre Dio è l’Ente per essenza. Questa conclusione è il vertice della metafisica tomistica, la quale è originalissima e sorpassa ‘infinitamente’ (per partecipazione) quella aristotelica, come l’essere in quanto ‘atto ultimo’ sorpassa l’essenza in quanto ‘atto primo’. S. Tommaso come filosofo non è un semplice commentatore di Aristotele, ma lo supera con la metafisica dell’essere, la quale perfeziona la metafisica della sostanza dello Stagirita.  D’altronde l’Aquinate, in questa Terza Tesi,  riprende e sublima anche la dottrina della partecipazione del mondo sensibile al mondo delle Forme/Idee pure (Iperuraneo) propria di Platone. L’Angelico, perciò, poggia sui due giganti della metafisica greca (della sostanza e della partecipazione) e si eleva al vertice della metafisica scolastica dell’essere come atto ultimo che perfeziona ogni perfezione (atto/forma/essenza) e partecipa l’Essere per essenza, semplicissimo e senza nessuna composizione, Causa prima e Fine ultimo di ogni ente per partecipazione o finito (composto di essenza ed essere).  Non plus ultra. Dopo S. Tommaso la ragione umana non può giungere a nulla che oltrepassi il sistema metafisico della partecipazione dell’Essere per essenza da parte delle creature. Certamente si può approfondire lo studio del Tomismo, se ne possono trarre conclusioni adatte ai problemi delle epoche successive, ma la sua natura è insuperabile, poiché ha raggiunto il vertice della metafisica ascendente (prove dell’esistenza di Dio) e discendente (gli Attributi divini che ci dicono qualcosa della sua Natura).
  •  Dio, non essendo composto neppure di essenza ed essere (come invece lo è l’angelo), non è sottomesso a qualcosa di altro (altrimenti sarebbe ab Alio), è illimitato (altrimenti sarebbe sottomesso alla potenza e limitato da essa), è infinito (altrimenti gli mancherebbe una qualche perfezione) e quindi è unico (altrimenti non avrebbe qualcosa che un altro ha); non esistono due “infiniti”: uno limiterebbe l’altro e l’altro mancherebbe di qualche perfezione che ha il primo, ossia uno dei due “infiniti” dovrebbe mancare di qualcosa ed essere perciò finito e limitato, il che è una contraddizione nei termini. Tutte  queste proprietà di Dio sono la conseguenza del suo Essere per sua Essenza. L’Essere è la prima caratteristica di Dio dalla quale seguono tutti gli altri Attributi o Nomi divini. La sua assoluta semplicità, infinità, perfezione e unicità si deducono dal fatto che Egli è l’Essere per Essenza, impartecipato, non composto. Tutte le creature, invece, sono composte almeno di essere ed essenza (per esempio l’angelo che non ha corpo, ma ha un essenza finita, essendo creatura) e quindi sono finite, limitate, imperfette e molteplici. La moltiplicazione della perfezione (forma, atto, essere) è data dalla imperfezione che la riceve (materia, potenza, essenza). Per esempio ho 2 oppure 10 statue/uomini, poiché la forma/atto/essere di statua/uomo è ricevuta in 2 o 10 materie/potenze/essenze (legno/corpo).
  •  L’ente per partecipazione o la creatura, invece, è composta di materia/forma (l’uomo ha un corpo e un’anima), di potenza/atto (il legno lavorato dallo scultore diventa una statua in atto, perciò è statua in potenza), di essenza/essere (l’angelo che non ha corpo ha l’essenza, che riceve e limita il suo essere angelico per partecipazione). Solo Dio, che non ha nessuna composizione, è infinito, illimitato, perfettissimo, unico; tutti gli altri enti per partecipazione sono finiti, limitati, imperfetti, molteplici.  L’ente creato siccome è composto di potenza e atto non è totalmente perfetto. Infatti l’essere (atto/forma) in lui è limitato dall’essenza che lo riceve come la potenza riceve l’atto e lo limita. Certamente l’essenza dice perfezione in quanto è ‘atto primo’, ma essa è in potenza rispetto all’esse ut actus ultimus, che la fa uscire fuori del nulla e delle sue cause e la fa esistere (ens est essentia habens esse). La grande scoperta di S. Tommaso è proprio questa: l’essenza ha bisogno di essere ultimata e chi la ultima è l’essere, mentre Aristotele si era fermato all’essenza come ultimo traguardo. Per esempio, l’essenza umana è una specie ben determinata, distinta da tutte le altre specie; ora la determinazione dice perfezione e la perfezione è atto, ma quest’atto primo o essenza richiede di essere coronato e ultimato dall’essere. Infatti si ha la realtà definitiva della specie solo quando essa esiste. Quindi l’essere è l’atto ultimo di ogni perfezione, di ogni forma e di ogni essenza. È la perfezione di ogni perfezione. Nulla viene dopo l’essere, che è un atto il quale fa esistere (ex-sistere, uscir fuori) l’essenza, la quale diviene un ente reale avente l’essere.  Ecco i due princìpi che costituiscono tutte le creature: l’essenza e l’essere. Dio, invece, è assolutamente semplice ed è l’Essere per sua Essenza.
  •  Questa Tesi non è qualcosa di puramente astratto e teoretico senza nessuna portata e importanza. No! Questa Tesi è il “principio e fondamento” di tutta la sana filosofia, che è la retta ragione elevata a scienza.  Se si abbandona questa Tesi non si lascia una semplice opinione filosofica, ma si abbandona la metafisica dell’essere e il concetto di partecipazione di S. Tommaso, che sono i due pilastri sui quali si fonda tutta la filosofia tomistica. L’Angelico scrive: “l’essere e l’essenza differiscono realmente negli enti composti, mentre negli enti semplici differiscono solo logicamente. Ora l’essere semplice, sublime e unico è Dio” (Comm. in Boet., lect. II). Ecco la portata quasi “infinita” di questa Tesi: siccome Dio è Atto puro o Semplicità assoluta in Lui essere ed essenza coincidono e ammettono solo la distinzione che opera la  nostra ragione per meglio capire qualcosa della costituzione di Dio. Siamo noi che parliamo di Essenza divina e di Essere divino separatamente e le distinguiamo ‘logicamente’ ossia nel nostro intelletto, mentre ‘in realtà’ l’Essere di Dio è la sua Essenza. La ragione può dimostrare il fatto che Egli esiste e qualche Attributo della sua natura. Solo in Paradiso Lo vedremo faccia a faccia come è. 
  •  L’importanza pratica della Tesi è la seguente: se le creature non avessero una distinzione reale di essenza ed essere, ogni ente creato sarebbe Atto puro, ossia Dio. La conseguenza della negazione di questa Tesi, come si vede, è il panteismo. “Parvus error in principio fit magnus in fine”.  

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d. CURZIO NITOGLIA

 20 marzo 2012

http://www.doncurzionitoglia.com/3a Tesi Tomismo Commento XXIV.htm

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[1] Summa contra Gentiles, lib. I, capp. 38, 52-54; De Ente et Essentia, cap. V; De potentia, a. 4; De Spiritualibus creaturis, a. 1; De Veritate, q. 27, a. 1, ad 8; Comm. in Boet., lect., II; I Sent., dist. 19, q. 2, a. 2; S. Th., I, q. 50, a. 2, ad 3.

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