L’IMMANENTISMO RADICALE DI BENEDETTO CROCE

d. CURZIO NITOGLIA

6 dicembre 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/immanentismo_benedetto_croce.htm

«Satana non è una creatura estranea a Dio, e neppure il ministro di Dio, ma Dio stesso.

Se Dio non avesse Satana in sé, sarebbe come un cibo senza sale»

(B. Croce, La logica come scienza del concetto puro, Bari, Laterza, 1905, parte I, sezione 1).

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Premessa

●In questo breve articolo non intendo spiegare e confutare l’intero sistema crociano. Il mio intento è soltanto di porgere al lettore quella che mi sembra essere la sua essenza, dimostrare come essa sia intrinsecamente immanentistica e tendenzialmente nichilistica; ben oltre, quindi, l’hegelismo, del quale Croce non è solo un continuatore, ma un estremo radicalizzatore in peggio. L’odio contro il Dio trascendente e personale, contro la religione cattolica-romana da Lui fondata e la morale oggettiva (naturale e rivelata), purtroppo traspare chiaramente nelle pagine del primo e dell’ultimo Croce.

●Benedetto Croce scrive: «“Storicismo”, nell’uso scientifico della parola, è l’affermazione che la vita e la realtà è storia e nient’altro che storia. Correlativa a quest’affermazione è la negazione della teoria che considera la realtà divisa in soprastoria e storia»[1]. Ciò dimostra che nello storicismo crociano non c’è posto per il Cristianesimo, ma nemmeno per l’ “Atto puro” quale lo riconosceva persino il “pagano” Aristotele.

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Storicismo come rifiuto della Trascendenza

●«La sola realtà è lo Spirito e la sola manifestazione dello Spirito è la Storia. Questo è stato il principio ispiratore della filosofia di Benedetto Croce. […]. Lo Spirito è un Dio immanente, che come tale si contrappone al Dio trascendente della religione»[2]. Si noti che per Croce lo spirito non è qualcosa di contrapposto alla natura o materia, ma è la realtà tutta intera[3].

Da questo teorema storicistico deriva lo sforzo crociano di espellere dalla “cultura” (che per lui è il massimo valore) il “mito” o la “fantasia” della religione del Dio personale e trascendente (che per lui è il “male assoluto”), come pure l’indifferenza per la metafisica ed i massimi problemi ai quali essa giunge, affronta e risolve (Dio, l’immortalità, l’aldilà…). Croce riduce la Fede a “cultura” e l’oggetto della filosofia al fatto storico concreto, singolare e particolare nel suo divenire. Conseguentemente «ogni valore etico perde il suo carattere assoluto e si relativizza nel suo divenire storico»[4].

●Croce scrive che, per “merito” specialmente di Lutero, Cartesio, Spinoza, Kant, Fichte ed Hegel, «Dio era sceso definitivamente dal cielo sulla terra, e non era più da cercare fuori del mondo, dove non si sarebbe trovato di esso altro che una povera astrazione, foggiata dallo stesso spirito dell’uomo in certi momenti e per certi suoi intenti. Con Hegel si era acquistata la coscienza che l’uomo è la sua storia, la storia è l’unica realtà»[5].

●Lo storicismo crociano, dunque, porta immancabilmente al rifiuto assoluto di ogni Trascendenza con le sue principali conseguenze: l’irreligione e l’amoralismo[6]. Esso, perciò, può essere qualificato come nichilismo metafisico, morale e teologico. Infatti secondo la concezione storicistica di Croce la metafisica è defunta e quindi anche il suo termine ultimo: il Trascendente e tutto ciò che ha a che fare con esso. Solo l’esperienza, ciò che cade sotto i sensi, che è constatabile, i fatti storici nel loro divenire, sono oggetto di conoscenza. Il suo storicismo non ammette una realtà o un essere che trascenda l’esperienza, una metafisica che stia sopra la fisica o natura. Egli rifiuta come Trascendente anche l’Idea hegeliana, la Materia marxiana, al di sopra di una realtà puramente fenomenica. Ciò lo conduce a criticare non solo il materialismo marxista, ma anche l’idealismo hegeliano. Solo il fenomeno storico, che cade sotto i sensi, è reale. Al di sopra o al di fuori del reale vi è solo il nulla. Quindi Dio, il Pensiero, la Materia sono inesistenti. L’unica realtà esistente è il fenomeno o il fatto storico nel suo divenire: la Storia, nella quale il fatto storico e il pensiero s’identificano, altrimenti rimarrebbe un essere, un fatto, una realtà che trascenderebbe il pensiero umano e quindi un residuo di Trascendenza, che Croce aborrisce con tutte le sue forze e vuol distruggere con ogni mezzo, anche “col ferro e col fuoco”.

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Odio contro Dio e la religione cattolica

●Nel suo libro La storia come pensiero e come azione (Bari, Laterza, 1938) Benedetto Croce scrive: «Vi è un caso in cui la religione […] è sentita come nemica e da distruggere con ogni mezzo, persino, quando non basti, con la guerra e col sangue. […]. È il caso della religione che si fa trascendente e trae l’uomo fuori della sua libertà, e lo sottomette a una legge che non gli viene dal proprio petto, a una legge dall’alto. […]. Tipica è in ciò quella cattolica» (pp. 249-250). Già negli anni Venti nella sua rivista “La Critica” aveva descritto la sua intenzione «di ammazzare questo soggetto indomabile, questo Dio intelligibile» risolvendolo «nello Spirito» (gennaio 1924, p. 52). Croce si è sempre professato un «assoluto immanentista» (Quaderni della Critica, dicembre 1945). Tutta la filosofia crociana è immanentismo radicale, che non solo trascura (come l’agnosticismo), ma odia e addirittura vuol “ammazzare” (come e più del nichilismo di Nietzsche, il quale si contentava di constatare la “morte di Dio”) il Trascendente. Non è il cielo, l’aldilà, la sostanza, l’essere che interessa Croce, ma è il mondo materiale con i suoi affari e vicende storiche nel loro svolgersi. Infatti per Croce la filosofia deve occuparsi “delle umane cose” e non più della metafisica e della Trascendenza. Come per Kant così per Croce, Dio, l’anima, la sostanza, l’essere, l’immortalità personale, , sono “problemi insussistenti”. Ma, sorpassando in peggio anche la “Ragion pratica” di Kant, la quale postulava la necessità o il bisogno umano di ciò che la Ragion pura non può dimostrare, Croce propone di distruggere la metafisica e tutto ciò che è Trascendenza. Egli, perciò, può essere annoverato tra i filosofi nichilisti della post-modernità piuttosto che tra gli idealisti classici della modernità kantiano-hegeliana. La riprova la si trova nel fatto che Croce rimproverava persino a Hegel di aver mantenuto un residuo di Trascendenza nella “mitologia di un Pensiero assoluto”. Croce non ha accettato il terzo momento della Logica di Hegel, il momento della Soggettività creatrice, ossia il Soggetto che evolvendosi si oggettivizza, poiché gli è sembrato troppo simile al Dio cristiano, al Trascendente, e quindi lo ha condannato a morte. Questa incomprensione dell’hegelismo ha la sua ragione nell’orrore crociano verso ogni minima apparenza di Trascendenza.

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Falsa teodicea crociana immanentistica

●Per la retta ragione e la sana filosofia Dio è l’Ente in cui l’essenza è il suo essere e non ha o riceve l’essere da un altro. Croce, che non conosce la metafisica aristotelico-tomistica, ritiene che Dio, per la teologia del cattolicesimo, la quale si basa sulla filosofia dell’essere, sia un mito, un simbolo, un fantasma, ossia un’affermazione della fantasia. La rappresentazione o immaginazione della fantasia religiosa si forma un’immagine di un Dio fuori del mondo, di un Dio in alto e noi in basso, e quindi di una radicale e dualistica contrapposizione tra Dio e mondo, odiata da Croce. Ma questa non è la metafisica dell’essere, è invece la fantasiosa distorsione di essa operata dall’estetismo o iper-culturalismo di Croce.

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Dio onnipresente e Trascendente

●San Tommaso d’Aquino nel Commento alle Sentenze (I, d. 8, q. 1, a. 2) si pone la questione “se Dio sia l’essere di tutte le cose” e risponde che “Dio è l’essere di tutte le cose non essenzialmente ma causativamente”. Ossia Dio non è co-essenziale al mondo, ma ne è causa efficiente e realmente distinta. L’Angelico lo prova, distinguendo tre tipi di causalità efficiente: a) causa univoca: causa ed effetto sono identiche o della stessa specie (padre e figlio); b) causa equivoca: non vi è nessuna identità reale, ma solo una certa vaga somiglianza qualitativa nominale (il sole che scalda e le pietre scaldate si somigliano quanto alla qualità del calore, ma non sono della stessa specie); c) causa analoga: vi è una certa somiglianza tra causa ed effetto mista ad una dissomiglianza sostanziale più marcata. Tra Dio e l’uomo, vi è una certa somiglianza relativa quanto al fatto che esistono, ma sono sostanzialmente diversi poiché Dio è ‘a Se’ per essenza, le creature sono ‘ab Alio’ per partecipazione. Da ciò risulta che Dio produce l’essere del mondo secondo una debole ed imperfetta somiglianza per rapporto alla sostanziale diversità tra loro due. Quindi “l’Essere divino produce l’essere del mondo in quanto dall’Essere infinito procede o è causato efficientemente l’essere di tutte le creature” (I Sent., d. 8, q. 1, a. 2). Nella Summa contra Gentiles (Lib. III, cap. 68) l’Angelico precisa che Dio è onnipresente, ma “non si trova mescolato al mondo: Egli non è né forma né tanto meno materia di alcuna cosa, ma si trova nelle sue creature come causa agente efficiente”. Quindi il mondo e le creature possono essere chiamati “divini” solo per partecipazione e imitazione in quanto creati da Dio (S. Th., I, q. 45, a. 7; I, q. 91, a. 4). L’Aquinate elimina così anche ogni possibile equivoco immanentistico, distinguendo presenza, inerenza o immanenza da immanentismo. Così Dio non solo è l’ “Ens a Se”, ma è anche “Ens a quo omnia alia”. Come dice ancora S. Tommaso: “quod dicitur maxime tale in aliquo genere, est causa omnium quae sunt illius generis” (S. Th., I, q. 2, a. 3) ossia Dio che è l’Essere massimo è causa di tutti gli enti; come pure “omnia quae sunt in aliquo genere, derivantur a principio illius generis” (S. Th., I-II, q. 1, a. 1, sed contra), cioè tutti gli enti, derivano o partecipano dal Principio dell’ente. Perciò Dio è Ens a se a quo omnia alia sunt; mentre la creatura è ens ab alio derivans et participans.

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Vera teodicea tomistica

●La Filosofia Tomistica, che vive ancor oggi, ha compendiato il pensiero del Dottore Comune e confutato lo storicismo crociano come segue. Il vero problema è quello della coesistenza e conciliazione del finito coll’Infinito. Posto ciò, vi sono diverse scuole filosofiche: a) o si dice che Dio assorbe in Sé tutto e che non vi sono enti finiti all’infuori dell’Essere Infinito di Dio (panteismo monista); b) o, se esistono altri enti, essi si aggiungerebbero a Dio formando assieme a Lui una perfezione ancora più grande, ma questa è una falsa nozione di Dio ed equivale a negare il vero concetto di Dio (ateismo/storicismo immanentista), c) vi è poi una terza possibilità: l’ente finito esiste, è un fatto ed esso suppone una Causa incausata e Infinita. Per giungere alla causa o spiegazione della realtà creata e causata, si deve risalire dall’effetto alla causa, dal creato all’Increato, dal finito all’Infinito e non si può restare al livello degli effetti. Una serie infinita di enti finiti ci farebbe restare nell’effetto causato/finito e non ci farebbe risalire alla Causa incausata/infinita. Non si deve badare alla quantità o lunghezza della serie degli anelli di una catena, per spiegarne l’esistenza, ma occorre rimontare alla causalità degli anelli che compongono la catena e dall’effetto finito o causato risalire ad una Causa incausata ed Infinita. La creatura è distinta da Dio perché è finita, però tutto ciò che ha lo ha o lo partecipa da Dio, che è l’Essere per essenza e non ha l’essere da nessuno[7]. Onde, tutto quel che c’è di perfezione nella creatura è in maniera sovra-eminente ed infinita in Dio. Così la perfezione della creatura non aggiunge nulla a Dio. Dio e creature non formano “più-Essere” o “Super-Essere”, ma solo più enti, poiché l’essere della creatura è partecipato o dato da Dio. Così a) tra panteismo (l’essere finito assorbito in Dio) e b) dualismo reale o Deismo (essere finito estraneo al Dio trascendente, storicismo immanentistico crociano) vi è un a terza posizione: c) l’essere finito delle creature, che è partecipato o derivato da Dio (Essere Infinito), contiene in grado limitato quella perfezione che in Dio è Infinita. Vi sono più enti, ma non cresce l’Essere divino (contro il monismo panteista). Perciò se si esclude a) l’identità o univocità tra Dio e mondo, come pure b) la separazione assoluta o dualistica (specialmente del Deismo moderno e nel caso nostro dello storicismo crociano), resta c) la partecipazione causale. Dio è distinto dagli altri enti, ma non ne è separato (come immagina Croce), in quanto l’Infinito è distinto dagli enti finiti, ma anche presente dappertutto, come Causa efficiente, finale ed esemplare. Onde «l’ente e l’essere si dice di Dio e degli altri enti secondo l’analogia di ‘proporzionalità propria’ (Dio sta al suo Essere come ogni altro ente sta al suo essere) e di ‘attribuzione intrinseca’ (Dio è l’analogato principale che è l’Essere per la sua stessa essenza, la creatura è l’analogato secondario che riceve l’essere per partecipazione). Tuttavia l’Essere di Dio è essenzialmente diverso da quello degli altri enti: Dio è lo stesso Essere per sua essenza, mentre ogni altro ente riceve, ha o partecipa dell’essere. C’è quindi una certa relativa somiglianza e una sostanziale diversità tra l’essere degli enti e quello di Dio»[8].

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Il Dio della Rivelazione e della metafisica

●Come si vede il Dio della sana filosofia e della Rivelazione (“Ego sum qui sum”. Ex., III, 14) non ha nulla a che vedere con il “Dio” immaginato dalla fervida fantasia estetizzante e intellettualistica crociana. Egli, volendo escludere qualsiasi cosa che stia di fronte, oltre, in basso, in alto, a fianco del pensiero storico, giunge a scrivere: «il negativo non sta di fronte, ma dentro il positivo, il male non di fronte al bene ma dentro il bene, il nulla non di fronte all’essere ma nell’essere, sicché il vero essere è il divenire» (La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, p. 17). Inoltre Croce, applicando questa sua teoria filosofica (derivata da Spinoza) della coincidentia oppositorum a Dio, asserisce che il Dio cristiano come Essere perfettissimo è impossibile, poiché la realtà è sintesi di opposti, ossia di perfetto e di imperfetto. Da ciò ne segue che «Satana non è una creatura estranea a Dio, e neppure il ministro di Dio, ma Dio stesso. Se Dio non avesse Satana in sé, sarebbe come un cibo senza sale» (La logica come scienza del concetto puro, Bari, Laterza, 1905, parte I, sezione 1; IIIa ed., 1981, pp. 59-60). Nella sua rivista “La Critica” (1942, p. 230) riprende lo stesso tema e ripete: «Togliere il diavolo? Ma sarebbe togliere a Dio il solo suo buon amico, il solo suo aiuto, il solo strumento di cui possa fidarsi».

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Divenire contro essere

●Inoltre per Croce il Trascendente sarebbe negazione di vita e attività. Invece l’Atto puro, in cui coincidono essere, essenza ed azione, è Essere per sé sussistente ed attività sempre in atto, “Immotus in se permanens”, perfettamente e completamente. In Dio non ci può essere distinzione e composizione tra essere, essenza e azione. Egli è assolutamente semplice, non è causato, non è misto di atto e potenza (S. Th., I, q. 3). Solo Dio è il suo stesso essere per sua essenza. Ora “l’agire segue l’essere e il modo di agire il modo di essere”. Quindi Dio è il Motore “che move il sole e l’altre stelle” o “Motore immobile”, che muove ogni cosa senza essere mosso da nessuno. Invece Croce, che filosofa fantasticando e non raziocinando, ritiene che l’unica attività sia il divenire ossia il passaggio continuo dalla potenza all’atto. Ma il divenire come passaggio dalla potenza all’atto non spiega se stesso, poiché è condizionato da movimenti precedenti. Ciò che diviene (omne quod movetur) dice dipendenza (ab alio movetur). Croce non capisce che il passaggio dal meno al più, è un’evidente imperfezione, poiché è potenza che passa all’atto, acquistando qualcosa di nuovo che non aveva. Ciò pone una “deficienza” in Dio e non una perfezione. Ma questa teoria è conforme all’ossimoro crociano della coincidenza tra bene/male, infinito/finito, Dio/satana[9]. Croce immagina un divenire che spieghi se stesso, ignorando ciò che già i filosofi greci antichi avevano dimostrato: il divenire presuppone un essere in atto. La potenza dice limite e capacità di ricevere, mentre l’atto dice determinazione e ricchezza o perfezione (S. Th., I, q. 2, a. 3). La perfezione significa attualità completa in opposizione alla potenzialità (S. Th., I, q. 4).

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L’ultimo Croce è eguale al primo

●Il saggio crociano del 1942 intitolato Perché non possiamo non dirci cristiani da qualcuno è stato interpretato come un ritorno alla fede del filosofo storicista. Ma se Croce parla di “Provvidenza” è la “provvidenza” immanente alla Storia o se parla di “Dio” è il “dio” che è in noi, identico allo spirito del mondo, proprio come per i modernisti. Il “cristianesimo” di Croce è depauperato da ogni carattere soprannaturale e trascendente, esso è un puro fatto storico, come per il Modernismo. Lo storicismo crociano è sempre restato un agnosticismo sostanziale, caratterizzato non solo da un disinteresse per la religione, ma da un odio diabolico verso il Dio personale e trascendente, che è concepito dal Croce coincidente con Satana. Croce ha voluto abolire la religione trascendente e rimpiazzarla con uno storicismo immanentistico e “divino”, che coincide con la religione laica della “libertà”[10], cavallo di battaglia del razionalismo, del liberalismo e del massonismo ottocenteschi.

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Il rimedio al crocianesimo nichilistico

Padre Battista Mondin scrive: «Non più Dio, ma l’uomo è contemplato come creatore della realtà. Hegel è il punto culminante ed insuperabile della cultura moderna: epoca che si consuma nell’ateismo o nichilismo assoluto, come esito dell’antropocentrismo o umanesimo assoluto; o Dio si identifica panteisticamente col mondo, oppure è negato [ateisticamente] o “ucciso” [nichilisticamente] come realtà oggettiva in sé e per sé esistente»[11]. Il nichilismo è l’esito ultimo dello storicismo immanentista e panteista. Giovanni Reale parla di «nichilismo come la radice dei mali d’oggi»[12] e propone la saggezza classica come terapia dei mali dell’uomo d’oggi. Vediamo quali indicazioni e consigli ci fornisce questo studioso dell’antichità filosofica greco-romana. Innanzitutto parte dalla considerazione che «tutti i mali di cui soffre l’uomo di oggi hanno proprio nel nichilismo la loro radice. Nel XX secolo si è verificato ciò che Nietzsche aveva predetto»[13]. Onde passa a proporre un rimedio: «la vittoria sul nichilismo mediante il recupero di ideali e di valori supremi»[14]. Ma, avverte, «non è un’operazione facile, poiché implica una vera e propria rivoluzione spirituale»[15]: il ritorno alla metafisica classica, perfezionata dalla scolastica tomistica, «non affatto un ritorno acritico a certe idee del passato, ma l’assimilazione e la fruizione di alcuni messaggi della saggezza antica o perenne. […]»[16]. La cultura moderna/contemporanea, secondo il Reale, ha «perduto il senso di quei grandi valori che, nell’età antica e medievale […], costituivano i punti di riferimento essenziali, e in larga misura irrinunciabili, nel pensare e nel vivere»[17]. Alla filosofia attuale o post-moderna, manca la ragion d’essere, il fine e lo scopo di vivere, la risposta al “perché?”. Questo è il nichilismo filosofico, ove i valori supremi (essere, conoscere, morale) si s-valorizzano, infatti non restano più l’essere per partecipazione e per essenza, la realtà, la verità, il bene, resta solo il divenire storico e il “nulla”. È l’antropocentrismo della modernità che dopo essersi auto-deificato in un delirio di onnipotenza si è rivoltato contro se stesso in un impeto di follia auto-lesionista. Dopo aver negato la trascendenza, la si vorrebbe uccidere assieme a Dio e a tutti i valori ad esso connessi. Per non restare solo alla pars destruens, Nietzsche, Croce e il nichilismo vorrebbero uscire dall’annichilazione totale dei valori, tramite la volontà di potenza o l’immanentismo storicistico, come oltrepassamento del nichilismo: «Il traslocamento dei valori dalla sfera dell’essere e della trascendenza alla sfera immanente della volontà di potenza [e dell’immanentismo storicistico], costituiscono la tappa conclusiva e compiuta [pars construens] del nichilismo»[18]. L’uomo ha cercato, così, di dare a se stesso gli attributi che prima conferiva a Dio. Ma “l’uccisione di Dio” comporta anche l’eliminazione di tutte le proprietà e gli attributi divini, per cui dopo aver “ucciso Dio”, l’uomo resta senza Dio e senza potersi appropriare delle sue qualità; mentre il Dio tradizionale, trascendente e personale, lo aveva reso “partecipe della sua natura divina” (II Petri) in maniera limitata e finita, tramite la Morte e Resurrezione di Cristo, fonte della grazia santificante. “Chi troppo vuole nulla stringe”: prima (con la modernità idealista) l’uomo o l’Idea ha preteso di prendere il posto del Dio reale e oggettivo creandolo col pensiero; poi con la post-modernità nichilistica l’uomo ha voluto “uccidere Dio” e ogni “Idea” di Dio, pur soltanto soggettiva, per fare il super-uomo (Nietzsche) o il “super-colto” (Croce). Ma è rimasto solo con se stesso e disperato. Il deicidio nichilistico dell’Essere immutabile e trascendente si fonda sulla volontà di potenza creatrice e sul divenire o evoluzione storicistica ed immanentistica parimenti creatrice di un “bel nulla”. Infatti “ex nihilo nihil fit”. Invece, con buona pace degli storicisti, “Stat beata Crux dum volvuntur Croce et orbis!”.

 

d. CURZIO NITOGLIA

6 dicembre 2011

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[1] B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, (1938), 1978, 4a ed., p. 53.

[2] N. Abbagnano, “Teologia capovolta”, in il Giornale, 20 novembre 1977, p. 3. Per il 25° anniversario della morte di Croce, avvenuta a Napoli il 20 novembre 1952.

[3] V. Mathieu, Dizionario dei filosofi, Firenze, Sansoni, 1976, p. 258.

[4] B. Croce, Etica e politica, Bari, Laterza, 1931, pp. 97-101.

[5] Id., Il carattere della filosofia moderna, Bari, (1941), 1963, 3a ed., p. 43.

[6] Cfr. C. Fabro, Momenti dello spirito, Assisi, 1982, vol. I, pp. 140-160. Cfr. C. Ottaviano, Valutazione critica del pensiero di Benedetto Croce, Padova, 1953; A. Ferrabino, Benedetto Croce, in “Scritti di filosofia della storia”, Firenze, 1962, pp. 654-657; Id., Filosofia della storia come la intendo, ivi, pp. 782 s.; D. D’Orsi, L’uomo al bivio. Immanentismo o Cristianesimo? Padova, 1973; N. Petruzzellis, Il problema della storia nell’idealismo moderno, Firenze, Sansoni, 1940; F. Olgiati, Benedetto Croce e lo storicismo, Milano, Vita e Pensiero, 1953.

[7] Cfr. C. Fabro, La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino, Milano, Vita e Pensiero, 1939; Id., Partecipazione e causalità in S. Tommaso, Torino, SEI, 1961.

[8] P. Carosi, Corso di filosofia, IV vol., Ontologia: Dio, Roma, Paoline, 1959, p. 228.

[9] Cfr. S. Th., I, q. 9; R. Garrigou-Lagrange, Le divine perfezioni secondo la dottrina di S. Tommaso, Roma, 1923.

[10] Cfr. A. Del Noce, L’epoca della secolarizzazione, Milano, Giuffrè, 1970, p. 241.

[11] B. Mondin, Storia della metafisica, Bologna, ESD, 1998, 3° vol., p. 373.

[12] G. Reale, Saggezza antica. Terapia per i mali dell’uomo d’oggi, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1995, p. 11.  

[13] Ibidem, p. 6.

[14] Ivi.

[15] Ibidem, p. 7.

[16] Ibidem, pp. 8-9.

[17] Ibidem, p. 11.

[18] Ibidem, p. 24.

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